
Prosegue il mio viaggio “spideristico-musicale” alla ricerca di manifestazioni di questo universo di suoni e visioni che ci circonda e ci accompagna nella nostra quotidianità. Questa volta mi dirigo virtualmente a Trento, per approfondire la conoscenza della Kohlhaas Records. Ho conosciuto il deus ex machina Marco Segabinazzi l’estate scorsa all’Holydays Festival a Scopoli, in provincia di Perugia (qui l’intervista) e subito mi è maturato il desiderio di sapere di più su questa label dedita alla sperimentazione radicale e alla ricerca sonora. Marco si è mostrato subito disponibile a raccontarmi la nascita, la vita musicale e il futuro prossimo venturo della Kohlaas Records. A voi la lettura.
Quando e Come è nata l’idea di fondare la label Kohlhaas?
Credo che sia stato un percorso simile a quello di molte altre piccole etichette. Da tempo stavo organizzando dei concerti in collaborazione con alcuni spazi della mia zona, che è quella di Trento e Rovereto, avendo così la possibilità di entrare in contatto con numerosi artisti, label indipendenti, collettivi e scene di altre città e paesi. Questo naturale scambio costante di idee e conoscenze mi ha dato la fiducia e la consapevolezza utili per avviare un piccolo progetto editoriale, desiderio che avevo da quando ero solo un frequentatore di concerti. L’occasione si è presentata a fine 2013 con la produzione, in collaborazione con la Under My Bed di Stefano Santabarbara/My Dear Killer, del primo album di A Finnish Contact, duo composto da Luca Freddi e Fabio Valesini, che conoscevo grazie ai primi concerti organizzati dalle mie parti per il loro nuovo progetto oltre che per alcuni altri di cui facevano parte.
In realtà, al tempo non avevo le idee chiarissime su come realmente proseguire ma, dopo alcuni mesi di pausa riflessiva seguiti all’uscita di A Finnish Contact, l’incontro con Giovanni Lami e la produzione del suo 12” ‘mema verma’ nel 2014 sono stati l’occasione e lo stimolo per riprendere le attività con il proposito di pensare a un’idea di etichetta più “strutturata”.

Su che genere musicale vi siete orientati? E perché?
Mi rendo conto di come, da uno sguardo sommario al catalogo, questo possa apparire estremamente eterogeneo dal punto di vista dei generi. L’idea di curare un’etichetta concentrandomi su un singolo genere musicale alla lunga mi avrebbe facilmente annoiato, per cui l’obiettivo è stato piuttosto quello di tracciare una linea comune che fosse individuabile nella ricerca alla base dei molteplici linguaggi e forme presenti nei lavori pubblicati che, volendo essere sintetico, comprendono dall’elettroacustica alla composizione contemporanea, dall’improvvisazione radicale alla ricerca sulla vocalità, fino a lambire la poesia sonora (sto comunque tralasciando parecchio). Non essendo un musicista, ho cercato di tracciare questa ideale linea comune usando l’unico strumento di cui dispongo, cioè la cura del progetto editoriale, e sperando di riuscire a trasmettere quella organicità che unisce nello stesso catalogo lavori—più o meno apparentemente—distanti tra loro.

La vostra proposta musicale è cambiata negli anni?
Credo che in parte la risposta a questa domanda si trovi nel senso della mia risposta precedente. Posso dire che negli anni la proposta musicale si è ampliata, come del resto si è ampliato lo spettro dei miei ascolti e della mia frequentazione della cosiddetta musica sperimentale e delle scene che vi gravitano, delle persone che le animano e che nel tempo ho potuto conoscere. Mi sembra quindi che nel complesso sia cambiato nel tempo anche il profilo dell’etichetta.

Le vostre produzioni sono in formato Cd, vinile, digitale. Quale formato secondo voi riesce ad esprimere meglio la vostra filosofia di Musica?
Il principio che insieme agli autori e alle autrici delle uscite cerchiamo di far valere è quello per cui ogni lavoro ha il suo formato ideale di riferimento: questo per ragioni legate alle caratteristiche della materia sonora in questione, alla storia che quei suoni portano con sé e al contesto in cui si collocano (i suoni, e ovviamente anche chi li ha prodotti).
Accade poi che per motivi banali ma ineludibili come la disponibilità di tempo e soldi non sempre sia possibile rispettare questo principio, e questo chiaramente è più frequente con i formati in vinile, che richiedono un dispendio significativo di risorse.
In quest’ultima stagione, con Les Biologistes Marins e Adjustable Face prima, e ora con Rodari Connection di Valentina Fin e Federica Furlani, è ricomparsa in catalogo la cassetta, formato che non ho mai smesso di amare, anche perché è uno di quelli con cui cresciuto e che è sempre stato molto presente nelle scene musicali che frequento.
Anche se con meno regolarità, continuo a pubblicare qualche uscita in CD nonostante l’in parte ingiusta diffidenza che il formato incontra con sempre maggiore frequenza.
Per il 2026 sono in programma anche delle uscite in solo formato digitale, anche se saranno comunque associate a degli oggetti di varia natura.

Cosa ne pensate delle coproduzioni tra label discografiche?
Scorrendo il catalogo, ti renderai conto che le coproduzioni sono pochissime e risalgono quasi tutte ai primi anni di vita dell’etichetta. Questo perché mi sono presto reso conto che quel tipo di collaborazione non è la mia dimensione ideale.
Rimane la recente eccezione di ‘Looking out for Dolphins’ di Les Biologistes Marins, che abbiamo pubblicato insieme a Jipo, una label con base a Firenze e uno sguardo a mio avviso freschissimo, per molti aspetti diverso dal mio anche se forse in modo complementare. In questo caso mi sembra che la collaborazione abbia funzionato bene grazie a una chiara divisione dei compiti: Jipo, oltre che della distribuzione digitale, si è occupata di curare l’identità visiva della release, cosa che peraltro già avevano fatto per i lavori precedenti del duo, avendoli pubblicati. Io mi sono occupato degli altri aspetti della produzione. L’identità visiva che Jipo aveva ideato per Les Biologistes Marins era perfetta per l’immaginario creato dal duo e, fatto non scontato, mi sembrava avere un mood compatibile con quello di certe uscite Kohlhaas, per cui è stato piuttosto naturale non cambiare qualcosa che già funzionava bene.

Che ne pensate dei social per promuovere la conoscenza e l’ascolto della musica della vostra label? Siete attivi sui social?
L’unico social su cui Kohlhaas è presente al momento con una certa costanza è Instagram. Esiste ancora una pagina Facebook, anche se in realtà giace in stato di semiabbandono, dal momento che aveva una reach molto limitata soprattutto se rapportata alla dedizione che mi era richiesta per mantenerla attiva, ma che mi mancava totalmente. Personalmente i social media mi hanno portato a conoscere persone e realtà a cui forse non sarei arrivato altrimenti, o quantomeno non così facilmente, e continuo a seguire con interesse alcuni profili per i contenuti che condividono e gli spunti critici che offrono, ma il mio entusiasmo per il mezzo finisce lì. Preso atto di tutto il male che un soggetto come Meta rappresenta da un punto di vista politico, se sto ancora su quel social è perché comunque un post o una storia su una nuova release hanno ahimè ancora un impatto significativo in termini di visibilità. Cerco almeno di stare alla larga da quelle logiche odiose per cui agli artisti è chiesto di essere dei content creator. So bene che esistono Mastodon o Bluesky o altri spazi più sani, ma la realtà è che faccio fatica a stare su più di un social contemporaneamente. Sarebbe davvero troppa l’energia cognitiva che dovrei dedicare a questo aspetto dovendo magari sacrificarne altri del progetto editoriale e a cui tengo più, considerato anche che Kohlhaas è un’attività che curo nel poco tempo che mi lascia il mio lavoro principale.

Come vedete la promozione e la diffusione della musica che proponete?
Di tutte le fasi di realizzazione di un disco, la promozione è la parte che mi entusiasma meno. Anche per questo da qualche tempo mi appoggio a un piccolo ufficio stampa che cura una promozione base che garantisca ai dischi un minimo di ricezione critica.
Cerco piuttosto di mantenere personalmente alcuni—pochi—contatti con la stampa a cui tengo in particolare, perché ne apprezzo il lavoro e lo sguardo.
È accaduto, in casi più rari, che mi affidassi a uffici stampa più “solidi” e riconosciuti ma l’esperienza non è stata sempre entusiasmante, motivo per cui sull’argomento ho delle opinioni contrastanti.
Se poi vogliamo discutere in termini di mera circolazione delle copie, un fatto che nel tempo è stato evidenziato da altre etichette è che, in questo senso, più di tante recensioni—pure di riviste rinomate—ha effetto la segnalazione di un distributore specializzato come Soundohm o Boomkat (dove si possono trovare una cura editoriale e una ricchezza di spunti degne di molta stampa specializzata)
Hai parlato anche di diffusione e non sono sicuro se ti riferisca alla distribuzione fisica e digitale, ma in quel caso si tratta di un aspetto di cui spesso mi occupo personalmente, prima di tutto attraverso Bandcamp (al riguardo si potrebbe dire molto sulla dipendenza che per molte label, Kohlhaas inclusa, nel tempo si è creata rispetto a una singola piattaforma; se non altro iniziano a comparire alcune alternative).
Per la distribuzione fisica posso contare su Soundohm, un distributore di cui apprezzo il lavoro e la selezione (essendone stato prima di tutto cliente da quando ero solo un ascoltatore), oltre che su una serie di distro e retailer sparsi per il mondo, a cui ogni tanto se ne aggiungono di nuovi. Per quanto riguarda i servizi di streaming, l’eventuale presenza sulle piattaforme, e su quali in particolare, è un aspetto che lascio alla sensibilità di chi ha fatto il disco, ma il principio è quello di evitare se possibile piattaforme eticamente inaccettabili, come è il caso di Spotify per le ragioni che conosciamo. Detto questo, anche se in misura leggermente diversa, tutti i principali servizi di streaming riconoscono delle revenue ridicole agli artisti, ma se il motivo che ci porta a rimanere sulle piattaforme è evitare la condanna all’invisibilità, allora direi quantomeno di iniziare con l’escludere i peggiori. È uno standard minimo? Sì, ed è frustrante sapere che ad aderire al boicottaggio sono nella schiacciante maggioranza dei casi musicisti e label di estrazione indipendente e molto raramente artisti con grande visibilità.

Possibili progetti futuri come un libro che racconti la storia della label?
Tenderei a escluderlo, anche perché la storia di questa label mi sembra si possa raccontare nello spazio di un’intervista come stiamo facendo ora. Ho però in programma qualche uscita in carta stampata, come era già accaduto nel 2024 con il libro di Claudio Rocchetti ‘An Imitation of Life’. Per il momento ci sono un progetto in lavorazione e qualcos’altro in fase di ideazione che, se tutto va bene, dovrebbero vedere la luce nel corso del 2026.

Chiusa dell’intervista: le prossime uscite in cantiere?
Nel momento in cui sarà uscita questa intervista dovremmo avere già annunciato la prima uscita dell’anno, ‘Rodari Connection’, progetto nato dalla collaborazione di Valentina Fin e Federica Furlani in dialogo con l’universo poetico e narrativo di Gianni Rodari, qualcosa per molti aspetti di decisamente nuovo per il catalogo dell’etichetta. Posso anticipare anche l’uscita, all’inizio della primavera, di ‘Weather Eye’, il primo album del duo composto dalla chitarrista Francesca Naibo e dalla violoncellista Theresa Wong. Uscirà in cassetta ‘Atlas’, capitolo conclusivo del progetto Holy Similaun di Alberto Bertelli, con cui avevo avuto già avuto una felice collaborazione nel 2023. Queste sono le prossime uscite ma seguirà altro nel corso del 2026, su cui verranno svelati i dettagli nei prossimi mesi.
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