
Nel mio viaggio “spideristico-musicale” alla ricerca di manifestazioni di questo universo di suoni e visioni che ci circonda e ci accompagna nella nostra quotidianità, questa volta faccio tappa in Emilia-Romagna per approfondire la conoscenza della Ribéss Records. Le sue produzioni, tra folk, cantautorato e elettronica “anomala”, in questi anni sono state spesso ospitate su Kathodik. Questo mi ha spinto a volerne sapere di più sulla label, e ho intervistato Giulio, il maggiordomo del Re Biscio, che mi ha raccontato la nascita, la quotidianità sonora, e il futuro della Ribéss Records. A voi la lettura.
Quando e come è nata l’idea di fondare la label Ribéss Records?
La label è nata il 29 settembre 2005. In realtà sarebbe nata a maggio, ma l’abbiamo fatta coincidere col giorno di san Michele Arcangelo per questioni di coerenza con la nostra mitologia fantafolk: l’arcangelo, patrono di Santarcana così come del suo equivalente reale Santarcangelo, è il re delle milizie celesti e ha il compito di uccidere il drago / serpente, dunque non può essere che l’arcinemico del nostro Re Biscio. la confraternita degli Arcangioliti, che risiede nel labirinto di cunicoli sotterranei che crivellano la collina su cui sorge Santarcana, cerca in tutti i modi di debellare il nostro strisciante sovrano, anche eseguendo cruenti rituali atti a incarnare l’arcangelo nel corpo di giovanissimi popolani, in pratica dei bambini, nella speranza che uno di questi sviluppi un infallibile istinto alla caccia del maligno e straordinari poteri salvifici. tuttavia l’esito dei riti, nel corso dei secoli, si dimostra fallimentare: i bambini – rapiti, segnati nel corpo e nella psiche – diventano mentalmente instabili e vengono così rilasciati in paese, dove continueranno a vivere randagi. del resto, Santarcana è il paese italiano col maggior numero di matti. ma un bambino in particolare, una volta tornato libero, comincia a mostrare insolite, ambigue capacità…

È stato Ale a buttarla lì, e io l’ho accolta subito come l’uovo di Colombo. Avevamo lo stesso giro. Ci è capitato di suonicchiare insieme in sala prove e ogni tanto andavamo a qualche concerto. Poi abbiamo cominciato a organizzarne qualcuno. Poi qualche rassegna. Poi una specie di format radiofonico che è stato anche uno stratagemma per far passare gruppi locali che nessun programmatore professionista avrebbe preso in considerazione. Io personalmente con l’attività musicale ero fermo a una trascurabile cover band che si era sciolta qualche anno prima. Lui aveva sempre mille pensate e progetti nel pentolone. Il primo a prendere corpo sul serio, come una dama bianca che ti si materializza davanti, erano i Lilli Burlero. Segnati questo nome, se ti va. Loro e il Circolo dell’Ozio Cabalistico, un suo progetto successivo.
Abbiamo aperto la Ribéss senza sapere bene cosa fosse un’etichetta, e soprattutto cosa comportasse gestirne una: sai no?, impaginare un booklet, stampare i supporti, ma anche le pratiche Siae, la promo, la distro, la ricerca perennemente frustrata di un booking, ’ste menate qua. Cose che bene o male abbiamo imparato a conoscere strada facendo e se, spesso, abbiamo continuato a ignorarle, a un certo punto era perché volevamo ignorarle. A comandare era la nostra linea editoriale: dare spazio alla provincia. Nel 2005 c’era già puzza di “urbanizzazione” delle proposte musicali: ci si stava già appiattendo verso pochi standard imperniati su chi deteneva grandi consensi numerici. Il che si traduceva in tanta roba omologata, derivativa, il più delle volte futile. A noi interessava la pluralità. Soprattutto se sporca. E attraverso quella sporcizia alzare l’asticella.

Su che genere musicale vi siete orientati? E perché?
Fin dall’inizio avevamo un appetito molto vario. E aspiravamo a produzioni che deragliassero nell’arte figurativa, concettuale, nella narrativa, nel fumetto. In quel periodo, poi, eravamo entrambi in fissa con l’etnografia che sconfina nel fantastico (bè, io lo sono ancora) e, unendo certi punti che scoprivamo intorno a noi, ci si è rivelato un immaginario gotico-rurale piuttosto glocal, prima ancora che questa parola diventasse d’uso comune. Ma anziché glocal potrei dire archetipico. Ne abbiamo fatto materia d’ispirazione. Il Re Biscio (Ribéss nel dialetto del mio paese) era diventato il nostro sfuggente e discutibile nume tutelare, carico di significati che trascendevano le vecchie leggende da cui l’avevamo risvegliato. La sua tana era il nostro covo, allo stesso tempo inospitale e accogliente. Il paese stesso era stato ribattezzato Santarcana. Ale era diventato il demiurgo della tana, io il maggiordomo.
Quest’immaginario era la narrazione che faceva da cornice alle narrazioni in forma musicale che producevamo. Avrebbe dovuto esplodere anche in una graphic novel, fiabe, perfino un gioco da tavolo e altri progetti rimasti sospesi nell’aria. Al momento siamo fermi a dei francobolli e poco altro. Tu capisci che, con queste premesse, non potevamo che andare in fregola per l’alt_folk, il cantautorato dai tratti oscuri, certa elettronica suggestiva e terrigna. Cose che a metà anni ’10 non erano così fuori dal mondo. Anche in Italia, qua e là, c’era dell’interesse per la destrutturazione e il rinnovo di generi ritenuti in via d’esaurimento. Ma non ci è voluto più di un anno perché ci rendessimo conto che avevamo intrapreso un sentiero divergente dalla grana e dalla fama.

La vostra proposta musicale è cambiata negli anni?
Non così tanto. Nel 2009 abbiamo preso una decisione irremovibile sulla questione della lingua. Sei italiano? Valutiamo di produrre il tuo disco solo se canti in italiano. Sei francese o uzbeko? Solo se canti in francese o uzbeko. L’inglese, per favore, lasciamolo agli anglofoni. E di madrelingua anglofoni ne sono passati diversi, dalla Ribéss. Il motto “lingua e buoi dei paesi tuoi” vale tuttora. A conti fatti, un bel collo d’imbuto per le proposte italiane, che – vuoi per propensioni personali, vuoi per illusioni di mercato – non si sono ancora del tutto smarcate dall’esterofilia.
Ma a parte la sterzata della lingua, e il ritiro del demiurgo dalla tana, non si sono viste grandi trasformazioni. Forse si spinge un po’ di più con l’elettronica. Al di là dei generi, di sicuro la Ribéss si è orientata più spudoratamente verso ciò che, in varie forme e misure, recepisce come “sacro contemporaneo”, e le religioni rientrano ben poco in questo campo. L’idea del sacro della Ribéss abbraccia l’eresia anche a costo dell’irrilevanza. Ci manteniamo alternativi al mainstream ma anche alle sue alternative dominanti, e questo senza farne un dogma: è una questione “estetica” in senso proprio, di aspettative su ciò che la musica può ancora offrire. Di salvaguardia di una ecosistema musicale che accetta anche il torbido. Gettiamo semi per la posterità.

Le vostre produzioni sono in formato Cd, vinile, digitale. Quale formato secondo te riesce ad esprimere meglio la vostra filosofia di Musica?
Usciamo anche in cassetta, pendrive… Ci mancano solo le tavolette d’argilla incise a mano. Non abbiamo un supporto predefinito, si valuta di produzione in produzione. Il cd resta senz’altro il formato più battuto. Il vinile è bello, caldo e godurioso quanto vuoi ma, checché se ne dica, non ha un’impennata di richieste tale da renderlo irrinunciabile per mantenere la baracca – almeno per la nostra limitata esperienza. Neanche col cd si mantiene la baracca, sia chiaro, ma ci si dissangua meno. Sembra che a preferire di più il vinile siano i musicisti stessi, perché la soddisfazione di uscire in 12” esercita un’attrattiva irresistibile. Io sono molto combattuto. Ho l’impressione che la fregola per il vinile tradisca un imborghesimento dei gusti. Ora la musica è ormai tutta gratis dappertutto, e tu che hai ancora un’affezione per il fisico cosa fai? Ti dirigi verso il formato più costoso. Mh, c’è qualcosa che non torna. Sei più interessato all’opera o al supporto? Che poi è un prodotto industriale, mica un multiplo d’artista. È un po’ come credere che per impiattare un minestrone serva un mestolo di design. In quanti comprano davvero mestoli di design? E quanti mestoli possono comprare in un mese? In quel mese lì, compreranno mai due o tre mestoli di interessanti artisti semisconosciuti se è appena uscito il MestoLone limited edition dei Radiohead?
Ad ogni modo, è vero, ogni formato si porta dietro una filosofia e una storia, dei bonus e dei malus. Alla Ribéss piace “forzare” il formato, dotarlo di un quid che lo renda più saporito di quanto ci si aspetti. Ci siamo fatti le ossa lavorando sulla confezione, sugli extra, perfino sul detournement, come nel box multivinile per l’ultimo lavoro di Francobeat, che non contiene vinili ma tavole di disegni ispirati al disco. Per un prossimo lavoro del TIR, ‘Amigdala’, stiamo pensando a un manufatto simile a una gemma che ti permette di ascoltare i pezzi se lo tieni vicino al telefono. Le variabili di un formato e del suo packaging non sono poi tante: se te le giochi bene puoi ancora tirar fuori un oggetto che si distingue. Feticismo per feticismo, preferiamo puntare su prodotti originali che costino poco. Ma poi, se ci pensi, non dovrebbe essere questo l’obiettivo del design? E comunque il formato perfetto dobbiamo ancora provarlo. Non è l’mp3, ecco.

Cosa ne pensi delle coproduzioni tra label discografiche?
Ne abbiamo fatte diverse, dagli inizi fino all’altroieri. In generale c’è stata una fase ben precisa della discografia indie italiana relativamente recente in cui si praticavano le coproduzioni con molta disinvoltura. Che per certi versi era una gran cosa: scoprivi altre etichette, vicine e lontane, ci lavoravi insieme, si faceva rete, potevano crearsi rapporti anche duraturi. Da qualche parte funziona ancora così.
In alcuni casi la faccenda sfuggiva di mano. Si sono viste cordate lunghissime, tipo dieci o dodici etichette per un disco solo. Ecco, ’ste cose sanno di mezzuccio: un espediente delle etichette più strutturate (o più motivate) per abbattere le spese chiedendo quote alle colleghe minori che non avevano il benché minimo potere decisionale. In cordata, anche sul piano delle vendite, l’etichetta grossa si mangia le piccole. Se un disco figura in tanti cataloghi, finisce che viene trovato solo in quello dell’etichetta più in vista o più abile a piazzarsi. Inoltre, se un’opera ha tanti coproduttori, è prodotta da tutti e da nessuno, e chi la produce si declassa a uno sponsor. C’è come una diluizione dell’impronta editoriale.
Ci tieni a produrre un disco? Fai uno sforzo economico in più e riduci il numero dei coproduttori al minimo indispensabile. Il disco, il gruppo stesso ha dei vantaggi a non trovarsi accasato sotto troppi tetti. È un fatto di riconoscibilità di una visione, di posizionamento qualitativo (se c’è qualità). Tra l’altro il produttore singolo è già, funzionalmente, un capocordata: è la figura che si mette a disposizione di tutti i soggetti coinvolti – musicisti, collaboratori, tecnici, grafici, uffici stampa; lavora quotidianamente insieme a loro e, alla bisogna, decide se far passare la propria linea oppure no. Io, ad esempio, mi sono scoperto un capocordata molto remissivo. Dovrei imparare a battere il pugno, ogni tanto.

Che ne pensi dei social per promuovere la conoscenza e l’ascolto della musica della vostra label? Siete attivi sui social?
Più che altro siamo psicoattivi. Il 2.0 ha smesso di essere utile già nei suoi primissimi anni. Ora che i social sono onnipervasivi e in aumento, siamo tutti punto e a capo, ma con una mole di lavoro extramusicale in più che si suppone imprescindibile per avere qualche chance di far passare la propria voce. Stringi stringi, hai le spalle al muro. Sei uno spettro che bisbiglia all’orecchio di altri spettri in un campo multidimensionale, ognuno incapsulato nella propria cazzo di dimensione. La speranza di visibilità è una tentazione soft-porno che cerchi di mandare a segno in un ambiente tarato sugli snuff movie, metaforicamente parlando. E se hai abbastanza fortuna da far arrivare davvero la tua voce a qualcuno, il più delle volte finisce lì. Perché peggio del rumore di fondo c’è la quantità sconvolgente di orecchi assuefatti a quel rumore.
Ascoltare un disco richiede attenzione: un silenzio auto-indotto. A quanto ci dicono tutti, i nostri dischi richiedono un po’ di attenzione in più, in un contesto saturo di proposte e battage promozionali. E già qui si crea un paradosso: per proporre un disco “silenzioso” dovremmo metterci anche noi a far casino? Per il momento la Ribéss se ne sta sui social il minimo indispensabile. Magari con toccate-e-fughe dadaiste.

Come vedete la promozione e la diffusione della musica che proponete?
Intricata.
Possibili progetti futuri come un libro che racconti la storia della label?
Tempo fa avevo iniziato a mettere in bella copia un blook sulla Ribéss. Conteneva la versione integrale di alcune “rubriche” lanciate sui social, approfondimenti su progetti mai realizzati, e naturalmente aneddoti su tutte le produzioni, i gruppi, l’etichetta in generale. L’hard disk in cui era salvato il file è andato in frantumi e non c’è stato modo di recuperare i dati. La perdita di quel testo era il male minore. Ovviamente quella lezione non è bastata a farmi prendere l’abitudine ai backup. Comunque l’idea del blook – o in ogni caso una narrazione pulviscolare, che mescoli generi e discipline artistiche – non è scartata del tutto. Può tornare buona per la prossima vita. Chissà.
Però da qui all’estinzione della Ribéss vorrei mandare in porto un progetto a cui tengo molto. Anche questo ha a che fare con il racconto delle piccole gesta dell’etichetta. Un mazzo di tarocchi. Ok, in giro ce ne sono a migliaia. I Tarocchi di Santarcana però sono la quadra di tutto il Biscioverso. Lo spunto iniziale risale a parecchio tempo fa e ora sta prendendo forma grazie alla Lori. Nella Ribéss ha fatto un ingresso felpato come, diciamo, revisora dei conti e mental coach in egual misura. Per i nostri tarocchi si è messa a disposizione per far tornare una delle operazioni più assurde mai concepite nella tana del Re Biscio: fondere la simbologia degli arcani marsigliesi con l’immaginario dream-folk della Ribéss, ma anche con personaggi e situazioni reali che hanno marcato la storia dell’etichetta. Non so se ho reso l’idea. Ci trovi dei gruppi musicali ben precisi immersi in un background fantastico molto definito e tutto questo può essere letto in chiave tarologica. Roba da mandare in pappa il cervello. Al limite puoi usarli per giocare a briscola.

Chiusa dell’intervista: le prossime uscite in cantiere?
In primis il nuovo disco di Houdini Righini. Una produzione che, dopo Lascaux, non era cosa banale. Credo abbia tirato fuori dal cilindro una nuova veste del suo pop-simbolismo maturo, e in questo i suoi vecchi e nuovi complici in arte sono stati decisivi. Poi c’è il terzo disco degli Unoauno, che in questi ultimi anni si erano concentrati su progetti paralleli. Con Sandri abbiamo in ballo la seconda “sessione della stalla” con cui dovremmo chiudere un concept in dialetto. Stiamo anche lavorando al packaging (di legno) per la documentazione del concerto meditativo ‘Hierà’ di Alessandro Adelio Rossi (Bancale, AAR) e Denis Guerini. Forse il 2026 sarà l’anno buono per far uscire anche il nuovo disco del TIR, il secondo full-length dopo ‘Clima’ se escludiamo la colonna sonora di Nosferatu. Ci sarebbero altre uscite nell’aria ma la lista mi sembra impegnativa già così, non trovi?
Link: Ribéss Records Bandcamp Page
