
In questa nuova tappa della mia navigazione “spideristico-musicale” dell’incredibile universo di suoni e visioni che ci circonda, e ci accompagna in ogni dove e in ogni quando, sono approdato sulle lande della label, di stanza a Bologna, Maple Death Records. Agguerrita realtà italiana dedita alla sperimentazione più profonda e alla creazione di ambienti sonori affascinanti, monitorati da Kathodik con interesse e con recensioni accluse – vedi qui quella all’ultimo album di Laura Agnusdei – necessitava del mio approfondimento tramite intervista. Questo è stato possibile con il fondatore Jonathan Clancy, che si è prestato con piacere a “battere sulla tastiera” le risposte alle mie questioni, e raccontarmi le origini, il presente e il futuro della Maple Death Records. A voi la lettura.
Come è nata l’idea di fondare la label Maple Death Records?
L’etichetta nasce sul finire del 2014 un po’ per rispondere alle insoddisfazioni accumulate negli anni come artista nei rapporti con le proprie label, mi sembrava mancasse sempre un po’ di spirito, un po’ perché in quel momento avevo voglia di documentare alcuni amic* tra Canada e Italia che stavano facendo cose profonde dal mio punto di vista e avevano bisogno di essere raccontate. Circa una decina di anni prima avevo già approcciato l’idea di fare una etichetta pubblicando il primo disco di Stefano Pilia ma poi mi ero ritirato indietro per inesperienza e forse poca testa. Insomma l’idea c’e’ un po’ da sempre, sin da piccolo ero molto ossessionato dalle mie etichette preferite e da quella capacità di ‘curare’ i miei ascolti, penso a Drag City, Thrill Jockey, Mego, Mille Plateaux, Mississippi Records, Gravity, In The Red, K Records, Touch & Go ma anche in Italia il lavoro che faceva se vuoi Wallace Records.

Su che genere musicale vi siete orientati? E perché?
Nessuno direi, sapevo che era un po’ difficile partire non rientrando nella categoria di una label di genere, ma volevo che fosse proprio questa la sfida. Io poi sento un sentire comune tra tutti i dischi di Maple Death, forse il fatto che hanno tutti una forte componente di narrativa se vuoi, c’e’ una comunità di persone che li attraversa, e spero siano dischi che sfuggono a mode e tempi che possano rivelare degli strati più profondi, magici. Ci sono dischi estremamente hi-fi e dischi più sporchi ma che secondo me seguono quasi sempre un approccio comune. Per scherzo diciamo sempre ‘outsider music’ ma non voglio che sia una ghettizzazione, per me rimane la musica che vorrei sentire. Musica densa.

La vostra proposta musicale è cambiata negli anni?
Assolutamente come sono cambiato io e le persone attorno, ma penso che lo spirito sia identico. Le prime uscite erano forse più punk, zozze e le ultime magari più meditative, ma potrebbe sempre rifare il giro. Alla fine nella label co-esistono Fera, Krano, Laura Agnusdei, Jack Name e i 4 assieme mi sembrano perfetti.
Le vostre produzioni sono in formato Cd, vinile, digitale. Quale formato secondo voi riesce ad esprimere meglio la vostra filosofia di Musica?
A me personalmente piace il vinile perché ci da maggiore possibilità di curare l’artwork, insomma una tela maggiore per poter raccontare. Rimango un grande appassionato di cassette perché le trovo perfette come tipologia di oggetto e hanno sempre una magia particolare. Molte delle uscite su tape di Maple Death sono quelle più eccentriche e che forse incarnano maggiormente lo spirito dell’etichetta. Non le vedo come uscite minori, spesso danno all’artista una libertà particolare di azione, meno pressioni e vengono fuori gli esperimenti migliori. Comunque musica e’ musica, rimane qualcosa che galleggia nell’aria e in qualsiasi formato ha sempre quella capacità di cambiarci la traiettoria, quantomeno di una giornata hahaha. Non voglio che sia l’economia, e quindi la scelta del formato, a fermare questa cosa.
Cosa ne pensate delle coproduzioni tra label discografiche?
Beh fare rete non può che essere una cosa positiva. Noi abbiamo co-prodotto qualche disco, non tanti devo dire ma qualcosa si’. Come Maple Death mi piace poter curare sempre tutti gli aspetti, quindi non e’ sempre facilissimo trovare un partner con la stessa passione. Abbiamo co-prodotto dei dischi con My Own Private Records (Manu del Fanfulla) perché ci capiamo al volo e sennò non li faceva nessuno, quindi mettendoci assieme almeno abbiamo il disco da suonare anche noi a casa ah ah, non abbiamo neanche bisogno di parlare. Poi abbiamo co-prodotto Everest Magma con Black Sweat e Porta d’Oro e Holiday Inn con Legno, ma anche qui siamo amic*, abbiamo la stessa filosofia e anche modo di intendere le cose e cura quando pensiamo all’artwork.

Che ne pensate dei social per promuovere la conoscenza e l’ascolto della musica della vostra label? Siete attivi sui social?
Siamo molto attivi e anche se magari non sembra e’ la parte che sinceramente detesto. Non lo so se troveremo mai il bilanciamento giusto. Sicuramente cerchiamo di condividere solo cose che hanno un senso, parlare della musica, dei concerti, dei dischi. Sono curioso di vedere se presto imploderà IG/Fbook così non avremo scuse e potremo tornare a fare semplicemente mail/newsletter.
Come vedete la promozione e la diffusione della musica che proponete?
Non ci lamentiamo, esiste una nutrita schiera di persone che ancora vogliono fare comunità e ascoltare musica che abbia delle stratificazioni per cui va bene così. Infatti preferisco la parola ‘diffondere’ rispetto a promuovere. A me interessa diffondere il più possibile tra le persone che possono apprezzare.

Possibili progetti futuri come un libro che racconti la storia della label?
Eh eh non penso, dai l’autocelebrazione no. Piuttosto magari qualcosa di musicale come una compilation matta che rappresenti i primi dieci anni dell’etichetta o qualcosa del genere.

Chiusa dell’intervista: le prossime uscite in cantiere?
La colonna sonora di Krano de ‘Le città di pianura’, un nuovo mastodontico album di Blak Saagan disegnato da Majid Bita, Radio Hito, Slaylor Moon, Manuel Mota, un disco di Stefano Pilia, Bono / Burattini e sicuramente altre cose ancora in lavorazione…
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