Report dal 69. Festival Internazionale di Musica Contemporanea – La Stella Dentro, The Star within, della Biennale di Musica di Venezia, giornate di Sabato 11 e Domenica 12 Ottobre 2025

Terzo anno di presenza alla Biennale di Musica di Venezia, edizione n. 69, che vede la nuova direzione di Caterina Barbieri, compositrice di fama internazionale, attenzionata da me come spettatore negli anni passati e da Kathodik per una sua produzione di qualche anno fa.
Il titolo di questa Biennale, ‘La Stella Dentro’ si spiega bene dalla presentazione che ci dice che “La musica è la stella dentro. È il desiderio di cose grandi, di vastità. Scintilla di mondi, ci apre all’infinito. Vibrazione che permea il Cosmo e ci attraversa con estasi, dalla molecola al moto planetario, il suono trasporta fuori dai confini dell’ego e apre all’incontro con l’Altro – l’ignoto. In questa risonanza, c’è ascolto profondo, che è radice prima dell’empatia: in un suono si rivela l’interconnessione che anima tutto il vivente. Il 69. Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia, intitolato La Stella Dentro, si propone di esplorare il tema della musica cosmica. Musica come metafora del cosmo, che rispecchia e manifesta la natura nel suo divenire, rendendone percettibili i processi di creazione e metamorfosi. Musica come organismo vivente, forma autopoietica in grado di auto-evolversi e sviluppare le proprie leggi. Musica che insegna a stare nel presente: passato e futuro collassano nell’istante ora. Siamo in ascolto profondo, interconnessi e in continua trasformazione: c’è intima risonanza con l’universo“. Una dichiarazione di intenti molto interessante e profonda, che cerco di esplicitare nel racconto che segue di questi due giorni.

1° giorno

Il vostro Kathodik Man inizia la sua avventura musicale con il sabato pomeriggio dove, al Ponte dei Giardini, assiste alla cerimonia di apertura della manifestazione con la performance intitolata ‘Cry of our Guardian Star’, idea progettuale della compositrice Leone d’Argento della Biennale Musica, Chuquimamani-Condori che, coadiuvata dal fratello Joshua Chuquimia Crampton, dirige una carovana di picole imbarcazioni con altoparlanti lungo i canali di Venezia, in una veste di “pifferai sonici” che ammaliano gli spettatori camminanti.

Fino all’arrivo davanti all’isolotto delll’Arsenale dove Los Thuthanaka (il duo formato da Chuquimamani-Condori e dal fratello Joshua Chuquimia Crampton) si diletta in un set di musica folk virato in chiave elettro-cumbia-dance, coinvolgente e divertente, azzeccato esordio per questa Biennale.

Intervallo della cena per rifocillare il corpo e settare i timpani, poi immersione nel Teatro Alle Tese dove sono previsti tre set musicali. Appena si spengono le luci la neo direttrice Caterina Barbieri, atteggiamento molto rilassato e spontaneo, presenta il progetto e la filosofia dietro alla “Stella Dentro”, e invita il folto pubblico, attento e ricettivo, agli spettacoli.

L’inizio spetta a Rafael Toral, che apre il suo set ‘Travelling Light’, anche questa prima assoluta, con un dialogo a due tra le sue mani e un sintetizzatore, per poi dedicarsi al suo strumento principe, la chitarra con cui si diletta, coinvolgendo, in ogni brano che esplora il repertorio della tradizione jazz, ad uno ad uno straordinari solisti di strumenti acustici: Bruno Parrinha al clarinetto, Rodrigo Amado al sax tenore, Yaw Tembe al flicorno e Clara Saleiro al flauto. Per un insieme finale, di potente crescendo musicale e affascinante espressività.

Breve assestamento del palco e subito il sassofonista Bendik Giske, che si esibisce in un set intitolato ‘Into the Blue’ anche questo prima assoluta, ispirato da Derek Jarman con il suo libro ‘Chroma: A Book of Color’. In questo set l’artista fa interagire il sassofono con la sua fisicità, il suo respiro, la sua corporeità per creare un’interazione totale tra strumento e corpo risuonante/suonante/performante attraverso le composizioni che si avvicendano. Il richiamo a Colin Stetson e Mats Gustaffson si prospetta all’orizzonte, e a set concluso aleggia uno stato di comprensione sospesa, non completamente definita.

A chiusura della serata la percussionista Nkisi con il suo set intitolato ‘Anomaly Index’ che viene spiegato come una serie di composizioni dal vivo che esplora fenomeni para-acustici e anomalie uditive, emersi da ricerche d’archivio e indagini di natura psichica che si muove tra varie percussioni e manipolazioni sonore. L’artista si destreggia con mestiere sopra il palco interagendo con gli strumenti a disposizione, mentre il tutto viene condito in maniera invasiva da un debordante effetto fumo, che a tratti distrae l’attenzione. Alla fine non riesco a cogliere tutte le sfumature della performance e mi trovo in uno stato di “relativa insoddisfazione” per quello che ho visto e sentito.

2° giorno

La domenica si parte la mattina con la cerimonia di consegna del Leone d’Argento all’artista statunitense, di origine boliviana, Chuquimamani-Condori, che, si legge nelle motivazioni del Leone d’Argento: “è una voce visionaria nella musica sperimentale contemporanea. La sua opera ridefinisce i confini della composizione elettronica, intrecciando le sonorità folk della tradizione indigena Aymara con le tecnologie digitali e la club culture. Radicata nella cosmologia Aymara e nella filosofia decoloniale, la sua musica si pone come un atto di resistenza alle convenzioni temporali lineari e alle strutture musicali occidentali”. Dopo la consegna del premio, la chiacchierata con Andrea Lissoni permette di approfondire la poetica e la filosofia dietro alla musica dell’artista, attraverso ragionamenti sulla Natura organismo vivente, le sue interconnessioni con l’essere umano, e sulla capacità della musica di portare nutrimento alla volontà di guarigione dal disagio del contemporaneo.

Il pomeriggio è dedicato alla Sala D’Arme dell’Arsenale, dove la direttrice Caterina Barbieri dialoga con il compositore belga Maxine Denuc, che presenta un’installazione, intitolata ‘Elevations’, composta da tre organi, controllati via MIDI da computer, costruiti dall’artista con l’organaro belga Tony Decap, con il supporto scenografico e di design luci di Kris Verdonck.

La conversazione tra Barbieri e Deunic si rivela secondo me propedeutica per quello che verrà dopo, dato che Denuc spiega con semplicità, grazie al sincero apprezzamento del suo lavoro da parte della Barbieri, il lavoro teorico che soggiace all’installazione, la ricerca della purezza e della chiarezza del suono prodotto dagli organi: sintetizzo brevemente, attraverso l’elettronica poter controllare il suono naturale degli organi a canne per un approfondito studio sulla composizione del suono. E poi l’installazione, con i tre organi e le luci che si amalgamano perfettamente conducendo l’ascoltatore per mano in un saliscendi di emozioni e sensazioni, in un fluire dub-techno che accompagna lo spettatore camminante per la stanza, fino ad un picco emotivo, per poi una discesa e una ripresa, per tutta la durata della performance di quasi un’ora.

Vorrei lasciar andare i miei sensi oltre il consentito ma devo ritornare in me medesimo per andare al Teatro Delle Tese per i due set serali. Si parte con William Basinski, conoscenza live di me come spettatore, che in questa sua opera ‘The Garden of Brokennes’ per pianoforti a coda, percussioni, motori di vaporetto ed elettronica, prima assoluta per la Biennale Musica, attraverso la maestria dei musicisti Adam Tendler, Agnese Menguzzato, Francesca Fabrizi al pianoforte, Enrico Malatesta, Francesco Toninelli alle percussioni, A.J. Weissbard al design luci, lo stesso William Basinski all’Elettronica, propone una composizione minimale, essenziale, con i musicisti che intavolano un discorso ridotto “all’osso”, che mi rimanda per certi versi a Gavin Bryars e al suo ‘The Sinking of Titanic’. Sicuramente uno dei momenti più intensi di questi due giorni veneziani.

La chiusura arriva con con Deforrest Brown Jr. e la sua performance ‘Speaker Music’, un set che l’artista descrive come un “audio sinottico” post-digitale, dove il suono opera come un veicolo percettivo e filosofico, mappando l’intreccio di esperienza corporea biologica e mediazione tecnologica. In questo contesto, la musica elettronica diviene una forma d’indagine in tempo reale: un sistema diagnostico improvvisato in dialogo con le architetture della propria produzione, che in un set di circa un’ora squaderna techno, noise, Autechre, musica concreta, fisicità estrema dato che Deforrest Brown Jr. interagisce letteralmente con i suoni prodotti dal suo laptop, masse sonore in collisione, il tutto capace di saturare, almeno nel mio caso, l’orizzonte uditivo, per farmi sopraffare in maniera estremamente positiva e propositiva, alla chiusura con l’ultima nota e ultimo polpastrello sulla tastiera…. Senza tema di smentita, chiusura con il botto (sonico)!

Breve riflessione sulla mia frequentazione della Biennale Musica, quello che posso dire che la strada intrapresa da Lucia Ronchetti verso un approccio dedito ad una contaminazione con la scena elettronica, e portata avanti quest’anno da Caterina Barbieri, ha i suoi frutti, con un pubblico che ha affollato i concerti, giovane, interessato e partecipe. L’approccio di queste direttrici coglie l’attualità del momento e riesce a dare un segnale vivo sulla fruizione della musica oggi.

Riflessione conclusa, concerti finiti, cena di saluto in piacevole e familiare compagnia, poi un sonno ristoratore e il giorno dopo il viaggio di ritorno, consapevole che anche questa volta l’esperienza vissuta mi ha reso concreto e “sonante” l’intenso potere della musica in ogni sua manifestazione. Colgo l’occasione per un sentito ringraziamento alla Biennale Musica, per la capacità di stupirmi ogni volta con ascolti e visioni sempre affascinanti.

Link: Biennale Musica Venezia Home Page

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