
Comincia quasi ad esser una nostra tradizione alla quale non ci sottraiamo.
Un giro su nastro dalle parti della label di San Francisco Public Eyesore.
Robina uscita l’anno scorso buona non poco per estati creative e scorticate.
Male non fare paura non avere.

Lunt ‘Noise To Body, Repairs In D’
Attivo dai primi anni del nuovo secolo, Gilles Deles-Velins col suo progetto Lunt, ha sempre prodotto belle bordate experimental acustico/digitali con propensione strato su strato.
Sto nastrino, parte caciaroso il giusto, fra pigolamenti e accartocci (e un certo sbuffo parte), poi, il tutto diluisce in un rugginoso rivolo di corde/detriti/pause di calma sfinita e dronamenti traforanti,
viene in mente il primo Ranaldo solista e distese di placido verde con parecchie chiazze nero/combuste.
Voto: 6,5/10

Hallway Five ‘Black Pits’
Sequoyah, Jacob e John hanno registrato queste due tracce in un magazzino a Portland nel 2017, questo è un remix del 2021.
Free oscuro e raschiante, dedicato a Conny Plank e Duke Ellington, parecchio feedback, il sax che s’arrovella preda dei demoni, caos in quasi controllo a manate piene, Borbetomagus e Mnemonists nel fondo del sacco (come pure parecchio Giappone free ululante).
Cupo assai e senza sconti.
Voto: 7/10

Death Pyre ‘Concatenation’
Unione di forze in studio per le due band di Chicago / St. Louis, Death Factory / Ampyre (giro goth/noise/industrial).
“Concatenation”, offre soluzioni di angelic voices in loop, chitarre in raschio ed elettronica sofferente, qualcosa prova a dettare un ritmo, passa veloce, ci riprova verso il fondo, s’inceppa e incattivisce (The Fruit Of Our Labors), senti odore di Cabaret Voltaire rovinati, poi perdi i sensi per le robacce nel corpo e sbatti la faccia.
Voto: 7/10

Supertoque ‘Lemtat Unit’
I pickups magnetici di Tim Olive, le due chitarre elettriche di Cal Lyall e Kelly Churko + elettronica quel che basta.
Tutti e tre residenti a Tokyo, tutti e tre esploratori di superfici e spazi.
Materia elettroacustica legnosa, rotolante, spaziosa, quasi da alta fedeltà (e lo è, lo è), precisissima nei palleggi fra l’uno e l’altro e che gioca d’insieme prendendo sotto braccio parecchie porzioni di materici silenzi.
Altro livello (in chiusura appare un’eco/ricordo di Appalachi, qualcosa fatto di terra umida in una galleria abbandonata poco prima del tramonto).
Voto: 8/10

Saudara Tua ‘S/T’
Rahul Jigyasu e Aldo Ahmad a ruota libera con tabla e strumentazione etno percussiva assortita.
In controllo totale, un veloce viaggiare inclusivo di voci e stridori, ritmi e carezze, la luce e la tenebra.
E quando non sai non parlare, ascolta il vento.
Voto: 8/10
