
(Subsound/2026)
A quattro anni dall’ottimo esordio con “Una specie di ferita”, i To Die On Ice tornano a farsi sentire con il loro secondo album in studio, “Panoramica degli abissi”. Definire questo progetto una semplice band sarebbe riduttivo: la formazione si configura come un vero e proprio collettivo artistico votato all’esplorazione radicale dei confini tra musica, narrativa e immagine.
Il disco non nasce nel vuoto, ma è la trasposizione sonora dell’omonimo racconto di Filippo Dionisi, illustrato da Vitt Moretta e pubblicato in edizione bilingue da Edizioni Fantasma. Lungi dall’essere una didascalica colonna sonora, l’album si propone come una manipolazione della materia narrativa stessa: la deforma, la amplifica e la reinventa, trasformandola in un’esperienza musicale autonoma e viscerale.
L’album si sviluppa come una narrazione alternativa ambientata in un post-Capodanno surreale. I protagonisti, Paul e Bacall, si incontrano casualmente su un cavalcavia per poi ritrovarsi a bordo di una macchina che si trasforma in un sottomarino incandescente diretto verso l’ignoto.
Ogni traccia corrisponde a un momento del racconto, ma le sonorità approfondiscono e arricchiscono il passato della band, aggiungendo strati di spaventosa complessità: dal gospel screamo a cappella (con il featuring di Vespertina) ai duetti cupi con Francesca Bono (Bono-Burattini/Ofelia Dorme), fino a derive vintage anni ’60 rilette in chiave doom (alla Fred Bongusto). Il risultato è un’opera polimorfa che affonda le radici nel Lynch Core, un genere ibrido e disturbante sospeso tra pornografia sentimentale, noir jazz anti-tecnico, minimalismo atmosferico e dilatazioni blues e soul.
La discesa negli abissi del collettivo si articola 13 tracce, ognuna portatrice di una specifica urgenza emotiva e sonora.
L’apertura è affidata a Edera, brano dall’atmosfera tesa e apocalittica, in cui il collettivo sfodera un folk-rock sostenuto, guidato da chitarre blues angosciosamente vicine ai primi Nick Cave & The Bad Seeds. La sensazione dominante è quella di un’inevitabilità geometrica, il battesimo perfetto per un viaggio senza ritorno. Il ritmo si fa più carnale con Baccanale, un blues oscuro che evoca i fantasmi di Carnival of Fools e Gun Club, il brano si muove come un’onda che degrada progressivamente in un’orgia di dilatazioni distorte, dove un saxofono ossessivo affonda in fondali melmosi e corporei, trasmettendo un senso di sensualità tanto magnetico quanto pericoloso.
La notte prosegue e si fa psicotica ne L’insonnia , traccia dominata da isterismi che guardano alla lezione dei Marnero, ma arricchita da spiazzanti cori gospel. A fare da contrappunto a questa violenza arriva La notte è giovane, un episodio jazzato in cui un sax libero si libra su atmosfere notturne. Il tono apparentemente leggero si rivela in realtà profondamente inquietante, mettendo in scena un dialogo serrato tra la finta spensieratezza e il buio circostante. Con Nerofumo l’ascoltatore viene letteralmente trascinato a fondo, in quanto il suono si fa greve, saturo di distorsioni e riverberi che simulano un tuffo negli abissi più oscuri della mente. C’è spazio anche per la decostruzione della tradizione con Tintarella di nulla, un esperimento di jazz sperimentale che poggia su una base melodica e blues, muovendosi sinuoso, sottile e raffinato come una carezza notturna e velenosa.
Il vero fulcro della destrutturazione stilistica dell’album è però Un’estate, che è un continuo e schizofrenico cambio di registro, in cui le sfumature soul di basso e sax si avviluppano su un tremolo distorto di chitarra, mentre un crooning vintage anni ’60 muta improvvisamente in un doom violentissimo. L’esplosione screamo che ne consegue lascia infine spazio a un finale ritmico inaspettatamente Motown. In chiusura, il disco stringe la morsa e con Tempeste di sabbia lavora sulla texture materica, andando in profondità sia letteralmente che metaforicamente attraverso suoni granulosi, ossessivi, che evocano il movimento perpetuo della sabbia. Il cerchio si chiude idealmente con E alla fine tutto torna con le chitarre blues che si fanno acide e che scavano nel profondo. È un ritorno alle radici per i To die In Ice, ma con una durezza granitica che non cede di un millimetro e che lascia l’ascoltatore immobile, sul fondo di quel mare incandescente.
Voto: 8/10
