
(Aut Records 2025)
Il timbro della voce, le melodie, il contesto di derivazione jazzistica, le atmosfere espressive favorite dalla particolare sonorizzazione. Sono probabilmente questi gli elementi che mi fanno sentire Joni Mitchell nei brani cantati da Marta Frigo – sebbene gli influssi che qui riecheggiano siano senz’altro molteplici. Le composizioni originali (quasi tutte le tracce dell’album sono sue o del pianista Diego Albini, eccetto l’ultima, Mode VI che è di Paul Motian, ma la cantante ci mette le parole) hanno strutture assai equilibrate e la loro interpretazione emana il profumo di una consapevole, mai rassegnata, anzi rilassata ed espressiva nostalgia. Sono affreschi ariosi e dolcemente intensi, eleganti nella loro capacità di articolare con naturalità configurazioni narrative. Il che avviene anche grazie alla riuscita del dialogo tra i fiati (il sax tenore e il clarinetto di Francesco Bigone) e la voce, ben supportati dalle tastiere (piano e synth) di Albini (che trova soluzioni esteticamente efficaci e per nulla scontate come quella di procedere all’unisono col canto in Life Sentences ). Alcuni momenti colpiscono l’ascoltatore per la loro nitidezza lirica: le note iniziali del canto di Home at Last sono ad esempio splendide, anche grazie alla loro semplicità.
Sebbene sia l’opera prima del trio, è un lavoro davvero assai maturo: piuttosto intimistico, ma non solipsistico o chiuso in sé stesso. Aut Records continua così il suo contributo alla valorizzazione della creatività di musicisti italiani (e non) che hanno qualcosa di creativo da comunicare.
Voto: 8/10
