
(Discus Music 2025)
L’album, per la prolifica Discus Music, fa da ponte tra passato e presente, tra memoria e invenzione, tra la materia fisico-storica del suono e la sua rivisitazione improvvisativa. In ‘Play Mary Lou Williams’, Fairhall (al pianoforte) e Hunter (al rullante) presentano una vera dichiarazione d’intenti: rispettare la figura di Mary Lou Williams, una pioniera spesso trascurata, facendola rivivere nel presente del jazz contemporaneo.
L’operazione – eseguita affettuosamente e gioiosamente – mi ha ricordato il concerto conclusivo del JazzFestival di Torino del 2025, in cui musicisti americani e italiani, dediti anche alla sperimentazione e al free si sono cimentati con brani degli albori pioneristici del jazz, mostrando che le radici del jazz sono ancora attive e pulsanti nell’avanguardia contemporanea. Questo disco fa qualcosa di simile: non è solo un omaggio filologico, ma una seria e insieme entusiasta rivisitazione creativa.
Attraversando i diversi aspetti della musica di Mary Lou Williams (dai pezzi blues – paradigmatico quello eponimo Mary Lou Blues – e boogie-woogie, fino ai sui esiti più moderni e sperimentali), il duo mostra la preveggenza sonora (se così si può dire) della musicista americana. Il sound dell’album è ben individuato dal connubio tra piano e percussione, ma ogni traccia ha una sua identità. L’apertura con Roll ‘Em affonda le radici nel blues primordiale, esibendo un incantevole fluire ritmico. Night Life alterna toni sognanti e scanzonati, mentre il linguaggio di Gemini, pur basato su un riff blues, si struttura con un linguaggio più cerebrale, soprattutto grazie alla (dis)articolazione ritmica e alla combinazione di blocchi sonori su cui intervenire con delicatezza e slanci di groove swing. Nicole è un momento di riflessione, sospesa, che alterna momenti di leggero e dondolante relax a episodi di tensione. A Fungus Amungus, più rarefatta, lascia spazio all’ascolto meditativo, Dirge articola bene il lamento funebre enunciato dal titolo.
Oltre al sound timbrico caldo, cui giova un’attenzione estetica per l’acustica dell’ambiente performativo, e alla responsiva intesa tra i due musicisti, un aspetto molto interessante del lavoro è, in generale, la scelta narrativa: i brani spesso si aprono su un tema riconoscibile, per poi sciogliersi nell’improvvisazione e infine ricongiungersi, configurando così una tensione continua, ma spontanea e priva di forzature, tra riconoscibilità tematica e libertà improvvisativa. Tutto ciò fa dell’album un contributo importante all’ascolto comprendente delle dinamiche interne alla storia del jazz: ne consiglio vivamente l’ascolto.
Voto: 9/10
