
(AUT Records 2025)
Un disco notevole. Essenziale nella forma – clarinetto solo, o quasi (talvolta spunta fuori leggero un piede o una mano che marca il ritmo o qualche altro effetto di mirato contorno), ricchissimo nella sostanza. ‘Really the Blues’ di Alberto Popolla non è un banale esercizio stilistico, ma un vero e proprio atto di fedeltà creativa: al blues, alla storia che lo attraversa, e alla libertà espressiva che questo linguaggio continua a rendere possibile.
Popolla – che conosciamo per il lavoro con i Roots Magic e per il suo impegno nella didattica dell’improvvisazione – qui si mette a nudo. Il clarinetto, da solo, regge tutto il peso, anzi la leggerezza, del progetto. Il suo suono, affascinante e denso, ci cattura fin dalle prime note e ci accompagna in un viaggio attraverso le terre del blues – territori ben noti, ma qui diversamente illuminati dalla luce ambrata del clarinetto di Popolla.
Eleganza, intensità, cura, consapevolezza. Tra evocazione lirica, riflessione intimista, nostalgica melanconia, rilassamento cool, catturante swing, vivacità ritmica (talvolta scanzonata, talvolta vibrante o nervosa, mai fuori luogo), il disco si muove tra riletture di brani storici (Winin’ Boy Blues, Jelly Roll Morton; Dark Was the Night, Cold Was the Ground, Blind Willie Johnson; Lonesome Blues, Louis Armstrong), tributi a giganti più recenti della musica afroamericana (Karen on Monday, John Carter; Bag’s Groove, Milt Jackson; Cry, Want e Pickin’ ‘Em Up and Layin’ ‘Em Down, Jimmy Giuffre; Serene, Eric Dolphy; Really the Blues, Mezz Mezzrow; Anu Anu, Randy Weston) e composizioni originali (firmate anche dai compagni del trio Gianfranco Tedeschi e Errico De Fabritiis). Il risultato è really the blues! Un viaggio che parte da lontano e, giungendo a noi, canta sempre con autorevole voce propria, anche grazie alla riconoscenza espressa nelle eccellenti interpretazioni. La cifra è quella di una interpretazione personale, lontana da ogni ostentato calligrafismo. Nessun autocompiacimento tecnico, nessun mieloso sentimentalismo. Il blues -come forma musicale e stato d’animo – è qui un modo per attraversare il suono attraverso un rapporto intimo con lo strumento: intimo, ma non privato, perché ascoltando entriamo in risonanza con la grazia profonda e sottile di queste tracce.
Un disco assolutamente consigliato.
Voto: 9/10
