Intervista con Michael Göttert e Uwe Schneider, fondatori del blog musicale ‘African Paper’

Secondo incontro – dialogo “virtuale” con i blog di musica presenti in ogni dove sul web.Questa volta, dopo l’intervista a Phil FreemanBurning Ambulance (qui), base Stati Uniti, andiamo a Berlino, Germania. In questo caso non è stato un fulmine a ciel sereno ma una richiesta da parte di Uwe Schneider, uno dei deus ex machina insieme a Michael Göttert del blog musicale in lingua tedesca-inglese Africa Paper. Tutto è nato dall’intervista che Kathodik, attraverso Maria Luisa Bonometti, ha fatto all’artista italiana residente a Berlino Est, Munsha (qui). Ai creatori di African Paper è piaciuta e ne hanno fatto una traduzione in lingua tedesca e in lingua inglese pubblicata sul loro blog. Ulteriori informazioni le trovate nella piacevole intervista che ho fatto loro, quindi vi consiglio di iniziare la lettura.

Qui trovate l’intervista in inglese

Come è nata la rivista on line?
Uwe: Abbiamo aperto il blog African Paper circa 8 anni fa. All’epoca stavamo ancora scrivendo per un certo numero di altre riviste, ma volevamo creare il nostro sito, autonomo rispetto alle comunità musicali già esistenti.

Quali spunti ci sono stati? A quali modelli si è fatto riferimento?

Michael: Naturalmente, c’è sempre il pericolo di sembrare un po’ presuntuosi e pretenziosi, e in una certa misura questo è diventato un un cliché per sottolineare che uno non vuole essere pignolo, ma credo che sia così. C’è stato un tempo in cui il (post-)industrial (per quanto spesso usiamo quel termine) – e abbiamo sicuramente alcune delle nostre radici lì – era una sorta di termine ombrello per una pletora di “musica(e) diversa(e)”. Se si ascolta – per dire – “The Elephant Table Album” (https://www.discogs.com/de/release/102803-Various-The-Elephant-Table-Album-A-Compilation-Of-Difficult-Music) , hai questa incredibile varietà di suoni e concetti. Mentre un’estetica unificante può certamente essere importante e talvolta necessaria, può essere al contempo limitante e limitata. C’era una certa insoddisfazione per le riviste che seguivano molto da vicino un’estetica troppo aderente alle regole di certe sottoculture. Potremmo anche riassumere la(le) nostra(e) motivazione(i) piuttosto profanamente in una frase: “Abbiamo voluto scrivere di musica che ci è piaciuta molto e che abbiamo sentito aveva molto da dire e da offrire”.

Michael Göttert – photo by Marc Baruth

Perché avete scelto il nome African Paper?

Uwe: Ad essere onesti, volevamo creare un po’ di confusione con il nome. Fin dall’inizio, la nostra selezione musicale era internazionale e non rivolta a una determinata area. Le nostre radici come scrittori e appassionati di musica risalgono alle scene post-industriali degli anni ’90, e ci è piaciuto che il nome non si rimandasse facilmente a queste scene. Il nome l’abbiamo trovato in un libretto, comunque, e non ricordo nemmeno quale.

Uwe Schneider

Michael: Questo è il nostro grande mito fondante. Dopo essere andati online, ci chiedevamo da quale opuscolo arrivasse esattamente quel termine e poi si è scoperto che non riuscivamo più a trovarlo.

Nella rivista vi occupate prevalentemente di musica? Quali generi trattate?

Uwe: Gran parte, forse il 90%, dei nostri articoli tratta di musica, ma siamo aperti in tutte le direzioni possibili – le arti visive, i film e soprattutto la letteratura, vengono fuori a determinati intervalli. In linea di principio, siamo molto interessati ad altri media, e se fossimo una squadra più grande, potremmo trattare ancora più argomenti. Molta della musica di cui scriviamo è comunque in un contesto multimediale: teatro musicale, installazioni sonore, musica per film e così via.
È sempre “popolare” dire che non ci si preoccupa dei generi e in linea di principio siamo aperti a diversi tipi di musica. Di fatto, tuttavia, tu hai le tue preferenze e – forse non senza importanza per gli scrittori – cose di cui hai già esperienza e hai qualcosa da dire. Fondamentalmente, se ami la sound art, il rumore, la libera improvvisazione, la psichedelia, l’elettronica sperimentale, ma anche un po’ più di musica folk e world music avventurosa, troverai sicuramente qualcosa di interessante con noi.

Michael: Sarebbe bello scrivere più spesso di letteratura, film ecc. ma c’è il tempo a cui dedicare la scrittura che è, come tutti sappiamo, purtroppo piuttosto limitato. Quindi ci concentriamo sulla musica e siamo felici quando possiamo inserire qualcosa da un altro medium.

Oltre al sito istituzionale siete presenti nei social? Se sì quali preferite usare?

Uwe: Ad essere sinceri, siamo molto pigri e rifuggiamo i media in un – si spera simpatico – modo vecchia scuola e utilizziamo solo Facebook e Instagram come segnalazioni per i nostri articoli. Soprattutto quest’ultimo ci ha portato un po’ di attenzione, considerando il nostro programma di nicchia. Se c’è qualche lettore con esperienza nei media, che ama la nostra selezione musicale e vorrebbe curare un programma radiofonico per noi, saremmo molto felici e potremmo offrirgli un drink ogni tanto.

Vi siete fatti un’idea dei vostri lettori? Avete feedback da chi vi legge?

Michael: Questo accade di tanto in tanto ed è sempre un piacere quando qualcuno reagisce a un testo che hai scritto. Proprio di recente ho ricevuto una e-mail da qualcuno che aveva dato uno sguardo al nostro sito web ed era abbastanza entusiasta. Questi momenti sono pochi e lontani tra loro, ma ti danno almeno per un breve momento l’impressione che non stai scrivendo per e in una sorta di vuoto. Comunque, penso che entrambi continueremmo a scrivere anche se il nostro unico pubblico fosse l’altro.

Avete in progetto un’edizione cartacea della rivista?

Uwe: Qualche tempo fa, un editore di libri che conosciamo bene ha avuto l’idea di pubblicare un libro con una selezione delle nostre interviste con i musicisti. Vediamo cosa ne viene fuori, e forse dovremmo essere un po’ più insistenti al riguardo. Oltre a questo, siamo abbastanza contenti di pubblicare i nostri testi online, soprattutto in termini di ricezione.

Michael: Entrambi abbiamo iniziato a scrivere in e per le riviste stampate, e io sono ancora un grande fan del prodotto fisico – che si tratti di vinile, CD, nastri o carta stampata. Ma vediamo anche i benefici dell’editoria online.

Siete aperti a collaborazioni con altre riviste, on line/cartacee, associazioni, enti, ecc.?

Michael: In generale siamo abbastanza aperti a questo. Penso che sia spesso più una questione di (mancanza di) tempo che di una riluttanza a interagire o collaborare con gli altri. Naturalmente, se c’è qualcuno che legge questa intervista e pensa che condividiamo qualche terreno comune, sentitevi liberi di contattarci e vediamo se possiamo far qualcosa.

Uwe: Ci sono state alcune piccole collaborazioni in passato, per esempio siamo stati coinvolti nell’organizzazione del festival ‘Epicurean Escapism’, di cui abbiamo curato alcuni testi. E se questo conta, siamo stati molto felici della pubblicazione condivisa dell’intervista con la musicista berlinese Munsha, pubblicata in italiano da Kathodik (https:///www.kathodik.org/2022/03/05/una-nessuna-e-centomila-munsha-racconta-munsha/)  e in tedesco e inglese da noi (http://africanpaper.com/2022/03/26/eine-keine-hunderttausend-munsha-uber-munsha/).

Progetti futuri oltre la rivista on line?

Uwe: Non ci sono progetti fissi per questo al momento, ma una compilation in più volumi con rare registrazioni di musicisti che sono spesso oggetto del nostro lavoro sarebbe certamente interessante.

Link: African Paper Home Page
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