Intervista con Davide Parenti, Direttore del Museo del Disco D’Epoca di Sogliano al Rubicone

Appuntamento numero 10, dedicato alla scoperta di direttori, gestori di musei e collezionisti accaniti del “caro e vecchio” Rock, e non solo, in tutte le sue manifestazioni sonore. Scrivo non solo perché con le ultime interviste sto esplorando realtà che conservano molteplici e variegati generi dell’inesauribile memoria sonora, oltre a quella Rock. Prima: Rolando Giambelli, Beatles Museum di Brescia (qui). Seconda: Tiziano Gerli, Clash City Rockers Cafè, museo dedicato ai Clash e al loro mondo (qui). Terza: Mariano Freschi, associazione MADE IN ROCK, incredibile collezione di centinaia di bassi, chitarre, amplificatori (Kinks, Kiss, Deep Purple, Led Zeppelin, ecc.), di memorabilia, poster, gadget della Storia del Rock (qui). Quarta: Jacob McMurray, Director of Curatorial Affairs del MoPOP – Museum Of Pop Culture di Seattle (qui). Quinta: Sawako Ishii dell’Hamamatsu Museum of Musical Instruments, Giappone (qui). Sesta: B.George, direttore dell’ARChive of Contemporary Music di New York (qui). Settima: Sonia Martone, Direttrice del Museo Nazionale degli strumenti musicali di Roma (qui). Ottava: Vinnie Fiorello del Punk Rock Museum di Las Vegas (qui). Nona: Andrea Dozi, responsabile della Fonoteca Trotta di Perugia (qui). Questa volta mi dirigo virtualmente a conoscere il Museo del Disco d’Epoca, situato a Sogliano al Rubicone in provincia di Forlì-Cesena. Ho conosciuto questo incredibile Museo recensendo il libro di Cristina GiuntiniRëbra. Musica sulle costole’, non lo conoscevo e mi sono subito attivato per saperne di più per questa rubrica. Grazie al direttore Davide Parenti ho potuto conoscere la storia del Museo, le attività che si svolgono, e tutta la sua incredibile collezione di memorabilia, vinili, statue, poster, un mondo dedicato al disco e alla sua capacità di suscitare emozioni nelle persone. A voi la lettura.

Quando, perché, come è nato il Museo del Disco d’Epoca?

Il Museo del Disco d’Epoca è nato quasi per caso, da una raccolta iniziata da Parenti Roberto negli anni Sessanta, quando da ragazzo recuperava dischi e altri oggetti dalle cantine, dalle soffitte e perfino dai cassonetti, in un periodo in cui i 33 e 45 giri stavano sostituendo i vecchi 78 giri. Col tempo, da questa attività è nato un interesse sempre più profondo per il disco e per tutto ciò che gli ruotava attorno, come grammofoni, fonografi e apparecchi di riproduzione. Verso la fine degli anni Ottanta, alcuni dischi in bachelite portati a scuola per una semplice attività espositiva suscitarono tale curiosità da portare all’organizzazione di una piccola mostra durante una festa di paese. Dopo varie edizioni e un crescente successo di pubblico, nacque l’idea di trasformare quell’esperienza in una esposizione permanente, da cui è nato il museo.

Qual è stata l’ispirazione iniziale?

L’ispirazione iniziale è nata in modo spontaneo, prima dalla passione di Parenti Roberto per il recupero dei dischi abbandonati, poi dalla reazione delle persone di fronte a questi oggetti. La scoperta che un supporto apparentemente semplice potesse generare stupore, curiosità e domande ha fatto capire che quel patrimonio non era soltanto da conservare, ma anche da raccontare. In particolare, alcuni pezzi insoliti, come il disco Pathé da 50 centimetri, hanno mostrato con grande evidenza la forza narrativa e visiva della collezione, contribuendo a delineare la vocazione pubblica del museo.

Dove si trova?

Il Museo del Disco d’Epoca si trova a Sogliano al Rubicone, nell’entroterra romagnolo. Ha sede all’interno del palazzo settecentesco Marcosanti-Ripa, poi divenuto Palazzo della Cultura. Le sale espositive sono collocate al piano nobiliare, in ambienti che conservano anche affreschi di gusto tardo ottocentesco e primo novecentesco, creando un dialogo molto suggestivo tra contenitore storico e collezione.

Quali oggetti contiene?

Il museo conserva una raccolta estremamente ampia ed eterogenea, che attraversa oltre un secolo di storia della registrazione e della riproduzione del suono. Vi si trovano fonografi a cilindro di fine Ottocento, cilindri in cera, grammofoni, dischi Pathé da 50 centimetri, primi dischi in gommalacca monofacciali Berliner, prime incisioni acustiche ed elettriche, primi 33 giri, fino ad arrivare a oggetti più vicini a noi come il primo Walkman a cassette, il primo iPod e moderni impianti di alta fedeltà. Accanto alla parte strettamente tecnica, il museo custodisce anche cimeli autografati da artisti internazionali come Michael Jackson e Led Zeppelin, una chitarra di Bruce Springsteen, migliaia di spartiti musicali, libretti d’opera dal Seicento in avanti, costumi di scena, fonocartoline, picture disc, jukebox storici e materiali destinati al pubblico infantile, come i Bubble Book e i dischi Red Raven.

C’è qualche aneddoto interessante intorno al Museo?

L’aneddoto più significativo è proprio quello della sua nascita, avvenuta non da un progetto programmato a tavolino, ma da una piccola esperienza scolastica che ha fatto emergere l’interesse del pubblico. Anche la crescita della collezione è accompagnata da episodi curiosi: negli anni, grazie alla credibilità acquisita, molti collezionisti e anche alcuni istituti hanno deciso di affidare al museo i loro patrimoni fonografici, contribuendo ad ampliare enormemente il fondo. Non mancano poi episodi più leggeri e divertenti, come quello di alcuni visitatori che, davanti a chitarre autografate, hanno chiesto scherzosamente di poterle annusare per capire se conservassero ancora tracce del musicista che le aveva suonate.

Come si può vivere e visitare il museo?

La visita al museo è pensata come un’esperienza diretta, non soltanto visiva ma anche d’ascolto. Generalmente si comincia dalla sala principale, dove si trovano le macchine più antiche, e il percorso si sviluppa attraverso racconti, dimostrazioni e ascolti di supporti originali su macchine originali. Questa possibilità di far funzionare gli apparecchi e di ascoltare realmente i suoni del passato rende la visita particolarmente coinvolgente. Inoltre, non si tratta di un percorso rigido: spesso la visita prende forma anche in base alle domande, alle curiosità e agli interessi dei presenti, diventando ogni volta un’esperienza diversa.

Il museo è aperto a collaborazioni con l’esterno?

Sì, il museo è aperto alle collaborazioni e una parte importante della sua crescita è stata resa possibile proprio da relazioni esterne. Negli anni ha acquisito una credibilità tale da spingere collezionisti privati, studiosi e talvolta anche istituzioni ad affidargli materiali e fondi di grande interesse. Il museo è convenzionato con l’Università di Bologna e accoglie tirocinanti provenienti da diverse facoltà. Proprio da un progetto nato per iniziativa dell’Università di Bologna e di una sua studentessa, che aveva conosciuto il museo durante una gita scolastica organizzata da una professoressa, è nato un importante lavoro di catalogazione: circa 16 mila degli 80/90 mila dischi conservati al museo sono stati catalogati e, nello stesso rapporto di collaborazione, sono stati catalogati, fotografati e pubblicati sul sito anche circa 500 libretti d’opera. Anche l’ultima pubblicazione uscita nel 2026 è nata da questo dialogo con il mondo della ricerca, perché è stata realizzata da una dottoranda che ha studiato parte del materiale fonografico del museo. Il museo considera quindi la collaborazione con l’esterno come un elemento fondamentale sia per la conservazione sia per la valorizzazione del patrimonio.

Prevedete possibili sviluppi del Museo del Disco d’Epoca? Ad esempio un libro o un documentario che ne racconti la storia attraverso interviste e video?

Sì, tra i possibili sviluppi del museo rientra sicuramente anche una dimensione editoriale e audiovisiva. La storia del museo, la ricchezza del patrimonio conservato e la quantità di racconti che ruotano attorno agli oggetti si prestano molto bene sia alla realizzazione di un libro sia a un documentario costruito attraverso interviste, materiali d’archivio e testimonianze sonore. In questa direzione esiste già un’esperienza concreta e molto significativa: la dottoranda Anita Posateri ha studiato in modo approfondito, per la sua tesi, il fondo Pathé conservato presso il museo. Considerata la vastità di questo fondo e l’elevata qualità scientifica e descrittiva del suo lavoro, si è deciso, in collaborazione con l’Università di Bologna e con il Comune di Sogliano al Rubicone, di trasformare quella tesi in una pubblicazione. Questo rappresenta un primo sviluppo importante e conferma come il museo possa diventare sempre più anche un centro di ricerca, studio e produzione culturale oltre che di esposizione.

Progetti futuri?

Tra i progetti futuri c’è anzitutto il proseguimento del lavoro di catalogazione, documentazione e valorizzazione del patrimonio. Il museo conserva più di 80 mila supporti fonografici, migliaia di spartiti musicali e migliaia di libretti d’opera, ma solo una parte di questo materiale è stata finora catalogata in modo approfondito. Ampliare questa conoscenza è fondamentale per rafforzare le attività di ricerca e divulgazione. Accanto a questo, il museo intende continuare a sviluppare la propria funzione educativa ed esperienziale, coinvolgendo pubblici diversi, consolidando le collaborazioni e aprendo la strada a nuove pubblicazioni, racconti audiovisivi e progetti culturali legati alla storia del suono registrato.

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