
Anche quest’anno, il quarto, il vostro Kathodik Man preferito, è presente alla Biennale di Musica di Venezia, edizione numero 70, secondo anno della direzione della compositrice Caterina Barbieri.
Il titolo della rassegna, nelle parole della Barbieri, sta ad indicare che “Il concerto è un’occasione unica per fermarsi: ripartire dal silenzio per mettersi in ascolto ed entrare in connessione con se stessi e con l’altro, lasciandosi disarmare dalla musica. Quel primo ascolto, che solo le orecchie vergini hanno, è rivelatore non solo per capire la musica del presente, senza il filtro del pregiudizio e delle categorie che recintano l’immaginazione, ma anche per tornare a vivere, e non semplicemente a sopravvivere, nella contemporaneità. Forse in questa rivelazione si racchiude anche la possibilità di una rivoluzione, fatta con la stessa serietà e devozione con cui il bambino si dedica al gioco, infrangendo le regole per crearne di nuove, come l’artista che trasgredisce le leggi del conosciuto per generare innovazione”.
Il percorso portato avanti può essere, per certi versi, visto come un modo, secondo lo scrivente, di mostrare l’altro lato della ricerca sul suono, dalla stella al bambino, in una sorta di estremi, l’alfa la stella della precedente edizione e l’omega, il bambino in ascolto del suono primordiale.
Ma veniamo al racconto di questi giorni.
1° giorno
Appena arrivati a Venezia, un rassetto generale e mi dirigo verso l’inaugurazione alla Sala D’Armi E dell’Arsenale, dove si inaugura la mostra HEAVEN IS OURS / O CÉU É NOSSO, che celebra la cultura dei “baloeiros” brasiliani, appassionati costruttori clandestini di palloni aereostatici – rischiano fino a tre anni di galera se incriminati – che si dedicano per mesi alla costruzione di questi bellissimi manufatti artigianali, simboli di libera immaginazione collettiva di strada. La stanza è stata “invasa” da colorati palloni con disegnati sopra vari personaggi della cultura e del fumetto. Alla visione è seguita la presentazione della mostra curata da Sissel Morell Dargis e Adriano Rossi, con presenti i baloeiros Zulu e Rafa. Mentre mi muovevo tra questi bellissimi manufatti artigiani venivo accompagnato dalla musica del dj brasiliano Dj Anderson do Paraiso che forniva la cornice adeguata a questa particolare esibizione.
Imbevuto di tanti suoni e colori, dopo un po’ riparto in direzione Isolotto, per il concerto del musicista americano Laraji, che ha presentato alla Biennale una prima assoluta, l’esecuzione Alignment. L’artista si è presentato in vestito completamente in tonalità arancione, e in un attimo ha trasportato l’uditorio, continuamente in movimento e in transito, verso lidi ambient di delicata bellezza e inaspettata pace interiore, che ha lasciato in una piacevole stasi esistenziale.
Non un momento di pausa, eventi uno dietro l’altro in successione, finito il concerto, dall’altra parte dell’Isolotto ho potuto assistere in tempo reale alla perfomance dei “baloeiros”, con annesso pallone areostatico e musica di accompagnamento, come dire dalla teoria “visiva” alla pratica “visivo-uditiva”.
Salto temporale ed è arrivata la sera con lo spostamento al Teatro Alle Tese dove il primo concerto della serata è stato l’esecuzione da parte della compositrice canadese Kara-Lis Coverdale, al pianoforte ed elettronica, accompagnata dal Leone d’Argento Sarah Davachi all’organo elettronico, dell’opera, prima esecuzione mondiale, Changes in Air, datata anno 2025. Kara Lis-Coverdale ha performato l’esecuzione, muovendo continuamente il il busto mentre suonava musica che intrecciava ambient a “lapilli” minimali, prodigandosi in un’esecuzione di eccellente fattura, ma che per un verso ha poco valorizzato la collaborazione della Davachi, presente in maniera dimessa, non molto proattiva nell’esecuzione della composizione.
Il secondo set è di Keiji Haino, Leone d’Oro della Biennale Musica, musicista giapponese che ha vissuto e continua a vivere tantissime vite musicali, sperimentatore instancabile da cinquant’anni in varie formazioni, come i Fushisusha, da solo, con tantissimi musicisti della scena improvvisativa mondiale, figura per me di riferimento – sono parziale posso ammetterlo – di cui aspettavo con particolare interesse la sua esecuzione. Anche Keiji Haino ha presentato una prima assoluta, it has become something like this -このような、ものに、なっている。esordendo con una sarabanda di percussioni, prima con il suo strumento dedicato della serata, la polygonola, una piastra metallica percossa con metodo e giudizio, poi con una serie di microfoni che aderivano alle braccia e al busto con cui ha “percosso” l’aria intorno a sé, alternando ritmo a declamazioni, urla, “ruminazioni” laceranti, fino a quando ha deciso che aveva detto tutto il necessario, aveva dato all’uditorio tutto quello che per quella sera poteva dare, e con passo calmo e tranquillo si è diretto fuori del Teatro, ponendo la parola fine alla performance.
Non pago di questa incredibile performance il vostro KM (acronimo di Kathodik Man) ha chiuso la serata alla Sala D’Armi G Origine, con il dj set della musicista american Livwutang, incentrato sulla techno, batucada, e ammennicoli sonici vari. Sinceramente il set è sembrato allo scrivente l’esecuzione di un compito di scuola, assolutamente impersonale, zero comunicazione, e ad un certo punto il vostro se ne è andato, per riposare le sue stanche membra in preparazione del giorno dopo.
2° giorno
Il secondo giorno è iniziato nel tardo pomeriggio, alla Pineta di Sant’Elena, dove ho potuto vedere all’opera il quartetto chitarristico ZWERM, allargato per l’occasione con l’inserimento di altri musicisti arrivando ad un ottetto di chitarre, che si esibiva nell’esecuzione di due opere di due musicisti molto interessanti, quali Gigi Masin, nome molto conosciuto nelle lande kathodike, con il suo Cross the Wood: Mori o yokogiru, opera commissionata appositamente dalla Biennale di Venezia, e l’opera Silver Grin, anche questa commissionata a ML Buch appositamente dalla Biennale di Venezia. Sarà stato il clima mite, sarà stato il panorama che non tradisce mai, saranno state le opere musicali che erano perfette per quella situazione, ma le esecuzioni sono state molto affascinanti, intrecciate tra viaggi ambient e progressioni melodiche coinvolgenti. Ci aggiungo che ho potuto conoscere il musicista Gigi Masin, persona simpaticissima, alla mano, con cui ho convenuto appena possibile un necessario approfondimento della sua poetica su Kathodik.
Balzo temporale e di nuovo al Teatro alle Tese per i concerti della sera. Che sono stati nell’ambito della Biennale College, produzioni della Biennale Musica, con le esecuzioni per prima di alys(alys)alys con la sua composizione Parameters of Drift, frutto di tre residenze veneziane di quest’anno dell’artista, che ha utilizzato una Korg EMX-1, per mettere in mostra l’interazione tra elettronica, ritmi e flussi sonori utilizzati come elementi in continuo divenire e in trasformazione. L’esecuzione è scorsa velocemente, di maniera, ambient fusa con “residui concreti”, senza imprevisti e senza impennate.
Il secondo set è stata Fruits, dall’artista Mechatok, che circondato da un numero imprecisato di microfoni, con l’intento di mostrare il concetto di esecuzione musicale come residuo dei costi di produzione e di investimento per promuovere e creare un successo musicale. Sinceramente, se il discorso musicale mi ha potuto a tratti interessare, con l’artista che interagiva in maniera interessante con la sua chitarra e l’ambiente circostante, l’abbigliamento non gli ha giovato a favore, dato che l’artista ha ingaggiato una “battaglia” con i suoi pantaloni per tutta la durata dell’esibizione. Valutazione finale, lavorare di più sulle bretelle per i pantaloni.
La chiusura di questa terza proposta è stata affidata a Dj Anderson do Paraiso, che ha presentato un Dj set di musica funk mineiro, declinazione del baile funk nato a Belo Horizonte nei primi anni del 2000. E qui praticamente si è mostrata la parte più divertente, giocosa, spumeggiante con sottrazione, della serata, totale contrapposizione tra dj rispetto alla sera prima. Qui Dj Anderson do Paraiso si è divertito e ci ha fatto divertire, riuscendo ad essere sempre con un piede sul ciglio del precipizio techno-dnb, facendo muovere l’uditorio senza strafare ma con “metodo e giudizio”, chiudendo il set tra gli applausi allo scoccare della mezzanotte, ma secondo me sarebbe tranquillamente arrivato fino al mattino.
3° giorno
Arriviamo al terzo e ultimo giorno della permanenza veneziana, con la cerimonia nella Sala Delle Colonne di Cà Giustinian, della consegna dei Leoni d’Oro e d’Argento consegnati dalla Biennale Musica che si è svolta in due sezioni distinte. Da una parte la fase istituzionale con la consegna dei Leoni e dall’altra parte la conversazione/approfondimento di Caterina Barbieri con gli artisti premiati.
Partiamo con il Leone d’Oro, consegnato a Keiji Haino, artista che, leggiamo dalle motivazioni del premio, si focalizzano sulla sua estetica, che affronta il concetto di libertà e radicalità come una condizione naturale dell’essere, trova profonda risonanza col tema della Biennale Musica 2026, A Child of Sound, che vede nell’infanzia la massima espressione della potenza creativa, vergine e incondizionata. Impossibile incasellare la sua opera in un genere specifico: Haino ha spesso rifiutato l’espressione “improvvisazione” preferendo usare la parola giapponese nazoranai che significa letteralmente “non ripetere”, sostenendo che il suono abbia una propria volontà e che l’artista debbba semplicemente assecondarne l’espressione piuttosto che dominarla. La natura irripetibile dele sue performance, che vivono dell’interazione sempre diversa tra suono, corpo e spazio, eleva la musica a un atto incarnato di rivoluzione”. Motivazioni che dopo il concerto del sabato ci sentiamo in dovere di confermare a pieno, motivazioni che rendono la musica e la poetica di Keiji Haino una fonte inesauribile di sperimentazione e di radicale trasformazione umana musicale.
A seguire la consegna del Leone d’Argento a Sarah Davachi, artista canadese residente a Los Angeles, da lei eletta come seconda casa, che riceve il premio per, leggiamo dalle motivazioni, perché “l’opera di Davachi si colloca in un territorio in cui convergono le strutture del minimalismo, le concezioni intervallari e affettive della musica antica e le pratiche sperimentali di produzione in studio, sovente incentrate sull’uso di strumentazione elettronica analogica. Influenzata dall’elettronic e dalla drone music, ma anche dalla musica sacra e dal folk, la sua ricerca mette in dialogo epoche e stili lontani attraverso la versatilità delle tecniche e delle strumentazioni adottate, accostando frequentemente strumenti secolari e sonorità elettroniche pure. In un tempo dominato dall’accelerazione, la sua musica si impone come esperienza di ascolto assoluta e paziente, capace di riconfigurare la percezione del familiare”. In questo caso, il vostro è riandato ai suoi ascolti pregressi delle opere della Davachi, che queste parole hanno fornito una interessante chiave interpretativa della poetica della musicista canadese.
E per concludere la conversazione di Caterina Barbieri con i Leoni, che si è svolta in un contesto funestato da problemi tecnici, che hanno impedito di avere una comprensione ottimale delle traduzioni in cuffia, tra la Barbieri e la Davachi in lingua inglese e Haino in lingua giapponese.
Alle domande appassionate e puntuali della Barbieri sulla poetica e sulla ricerca portata avanti dai due musicisti, mentre la Davachi ha risposto con una certa naturalezza, Haino, menomato dai problemi tecnici di cui sopra ha gestito l’intervista in maniera spontanea, anarchica se si può dire, parlando “per sottrazione in situazione avversa”, riuscendo a riassumere, secondo lo scrivente il senso del premio, libera espressione della propria essenza musicale artistica.
Il tempo di metabolizzare questa, come mi rendo conto ogni volta, incredibile esperienza, e via, verso il rifugio familiare, pronto per, chissà quando, future avventure sonore, per, mitica citazione d’obbligo, “arrivare là dove nessun padiglione auricolare è mai giunto prima”.
Link: Biennale Musica Venezia Home Page



















