Tamikrest ‘Assikel’

(Glitterbeat/Goodfellas 2026)

Con “Assikel” (viaggio o percorso in lingua Tamasheq), i Tamikrest celebrano vent’anni di carriera riaffermando il proprio ruolo di voce imprescindibile della cultura Kel Tamasheq. Il sesto album in studio della formazione maliana non è soltanto un nuovo capitolo discografico, ma una dichiarazione artistica e politica che affonda le radici nell’esilio, nella perdita e nella resistenza di un popolo ancora sospeso tra guerra, censura e diaspora.
Registrato interamente dal vivo su nastro analogico, “Assikel” restituisce tutta la forza organica e magnetica della band. La scelta produttiva privilegia l’impatto emotivo e l’interazione istintiva tra i musicisti, catturando quella dimensione ipnotica che negli anni ha reso i Tamikrest una delle realtà più intense del desert blues contemporaneo.
Sul piano tematico, il disco continua a esplorare il concetto di assouf, termine chiave della poetica tuareg che racchiude nostalgia, malinconia e desiderio di appartenenza. Come sottolineato dal frontman Ousmane Ag Mossa, le motivazioni della band non sono cambiate perché nemmeno la situazione del Mali è cambiata: la violenza e l’instabilità continuano a segnare profondamente la vita del popolo Tamasheq. Eppure, ciò che emerge dalle otto tracce del disco non è rassegnazione, ma una tensione costante verso la sopravvivenza culturale e spirituale. Musicalmente, “Assikel” alterna momenti di trance meditativa a improvvise accelerazioni rock. Le chitarre elettriche e acustiche dialogano con una lap steel sospesa e visionaria, mentre basso e percussioni costruiscono una struttura ritmica profonda, a tratti dub, a tratti ancestrale.
Il disco si apre con la morbida e rallentata Adagh Oyanted, che introduce subito il tono del disco: una chitarra slide lenta e pulsante accompagna un canto che denuncia lo sfruttamento delle terre del nord del Mali, evocando paesaggi aridi e tensioni irrisolte. Aiytma, scritta insieme al poeta Mahmoud Ag Ahmouden, si presenta invece come una ballata delicata solo in apparenza, trasformandosi progressivamente in un canto di resistenza dal forte impatto emotivo, caratterizzandosi per un desert-blues classico.
Tuttavia, il vertice elettrico dell’album arriva con Imanin, probabilmente il brano più feroce e diretto del lotto, in quanto viera vira verso il rock con un bel basso in evidenza. Le linee sintetiche di Wouter Van Asselbergh, infatti, aprono la strada a una tempesta di chitarre distorte, basso incalzante e percussioni ossessive, in un incontro riuscitissimo tra rock psichedelico e tradizione Ishumar.
Eillal spezza la tensione con il suo spoken word quasi contemplativo e reso più suggestivo dalla partecipazione di Ibrahim Ag Alhabib dei Tinariwen. Adounia, traccia finale, è il cuore emotivo del disco, in quanto rende omaggio al compianto Mohammed Ag Itlale, conosciuto come Japonai, mentore del cantante e chitarrista Ousmane Ag Mossa e figura centrale della musica tuareg contemporanea. Tra organi malinconici, voci soffuse e una struttura quasi liturgica, il pezzo si chiude con una registrazione domestica dello stesso Japonais che recita una poesia: un finale struggente, intimo e profondamente umano.
Con “Assikel”, i Tamikrest non reinventano il proprio linguaggio, ma ne affinano ulteriormente la forza evocativa, pubblicando uno dei dischi più belli di questi primi mesi del 2026. Per l’intensità che evoca, in grado di trasformare memoria, dolore e identità in un’esperienza sonora avvolgente e universale.

Voto: 9/10

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