
(Past/Futures/2026)
Messi in pausa i Pink Avalanche, Che Arthur, che nella vita è anche ingegnere del suono, ha pubblicato il quinto disco a suo nome, in cui emerge in modo perentorio la sua urgenza comunicativa.
I dieci, ottimi, brani in scaletta, infatti sono molto verbosi, in quanto l’artista di Chicago li ha utilizzati in modo catartico per liberarsi delle sue paure della sua rabbia e della sua disperazione, il tutto condito da un sound caratterizzato da una vena punk, seppure mediata da una parte melodica importante, che per certi versi evoca quel Bob Mould, di cui lo stesso Arthur è stato ingegnere del suono.
Il disco, infatti, è piuttosto variegato nelle sonorità, per cui si passa dal noise contratto di Spiraling, in cui sembra di ascoltare dei Dinosaur Jr costretti a saltare dei passaggi, alla ballata in chiave Hüsker Dü, ma senza il punk, fino alla ballata elettro-acustica di Anchor.
Tuttavia, le ballate non finiscono qui, perché Arthur ne sfoggia almeno altre due, entrambe ottime, vale a dire la circolare Exiles e quella in chiave folk di The Fates.
Se il punto di partenza è il punk non potevano mancare almeno un paio di episodi serrati: Server e Vacant, quest’ultima particolarmente scheggiata.
Un ottimo lavoro per un’artista che ha imparato molto bene sia a stare sul palco sia come frontman, sia dietro le quinte, per cui ha abilmente ‘rubato’ i segreti del mestiere ai tanti gruppi e artisti con cui ha lavorato, ma lo ha fatto con grande capacità di rielaborazione.
Voto: 9/10
