Nick Cave e Warren Ellis ‘Carnage’

(Goliath Records 2021)

Realizzato solitariamente da Nick Cave e Warren Ellis, con l’apporto di archi, cori e percussioni da parte di altri musicisti solo in alcune tracce, ‘Carnage’ (‘carneficina’, ‘massacro’) è un album intriso di dolore, sofferenza, perdita, incomprensione, distanza, dissonanza, conflittualità e lutto, e dunque quanto mai oscuro, ma capace altresì di offrire squarci inaspettati di serenità, apertura, trasparenza, rinascita, empatia, euforia, comprensione, vicinanza, armonia e pura visibilità, e dunque a suo modo anche luminoso. A proposito di quest’ultimo aspetto, brani come Balcony Man, Lavender Fields e Albuquerque appaiono esemplari e, in un certo senso, magistrali, soprattutto nel caso di Albuquerque che, in una maniera che ricorda da vicino alcuni brani particolarmente intensi dei due dischi precedenti di Nick Cave and The Bad Seeds (cioè ‘Skeleton Tree’ del 2016 e ‘Ghosteen’ del 2019, i due album dell’elaborazione del lutto per la morte improvvisa di Arthur, il figlio adolescente di Cave), rende letteralmente impossibile all’ascoltatore/ascoltatrice non commuoversi e non secernere lacrime che esprimono un senso di sprofondamento e al contempo di riemersione, di tensione lacerante e al contempo di pacificazione, di follia obnubilante e al contempo di chiarezza e sanità interiore, di deserto e desolazione e al contempo di rifioritura e quiete dopo lo sconvolgimento prodotto da una tempesta imprevista, inevitabile e ingestibile (‘We won’t get to anywhere, darling / Anytime this year […] / We won’t get to anywhere, darling / Unless I dream you there’). Con le parole che ho usato poc’anzi si può tentare di avvicinarsi (seppur nella consapevolezza dell’impossibilità, per il pensiero razionale e il linguaggio, di attingere appieno e dunque afferrare la dimensione dell’emotività e del sentire, la cui coerenza specifica merita un rispetto integrale proprio nella sua peculiarità e non-identità) all’abisso che può dischiudere ogni esperienza-limite di tipo emotiva e sentimentale, dalle fratture multiple alle proprie ossa e al proprio cuore provocate da un amore ormai spentosi oppure un amore mai corrisposto, all’improvviso dischiudersi del nulla per la malattia o la perdita di una persona massimamente cara e vicina, fino al disorientamento oggettivo e all’incertezza universalmente condivisa da tutti/e per un evento come un’epidemia diffusa a livello globale – e, non a caso, ‘Carnage’ è stato composto e registrato da Cave ed Ellis nel 2020, l’anno della pandemia di Covid-19, per essere poi pubblicato il 25 febbraio 2021 (cfr. https://www.theredhandfiles.com/songs-over-two-and-half-days). Alla luce di tutto ciò e molto altro ancora, credo che ‘Carnage’ si possa dunque definire come un album in buona parte antinomico (per così dire), cioè determinato da spinte opposte e da lotte fra principi contraddittori che non trovano mai un’armoniosa coesistenza (che coinciderebbe poi con un annullamento reciproco e, dunque, con una perdita di vitalità poetico-musicale) ma che, nell’alternanza e nell’oscillazione, riescono comunque a trovare un proprio equilibrio precario eppur reale. Versi come quelli della ‘title-track’ che recitano ‘And it’s only love / With a little bit of rain […] / It’s only love / And it comes on like a train’, o quelli di Shattered Ground che recitano ‘There’s a madness in her and a madness in me / And together it forms a kind of sanity’, riescono mirabilmente a esprimere una tale (concettualmente forse impensabile e impossibile, ma emotivamente più che sensata e reale, e forse addirittura esperienza quotidiana per molte persone) compresenza del differente, una tale scompensata compensazione, un tale equilibrato squilibrio che, dopo tutto, nella sua ‘anormalità’ corrisponde abbastanza bene, per l’appunto, alla ‘normale’ esperienza di vita di creature finite, limitate, fragili e vulnerabili come gli esseri umani – se non fosse che gran parte di essi negherebbe anche sotto tortura la datità essenziale della propria fragilità (e, per questo, spesso anche bellezza), nel nome di un attaccamento ostinato a un ideale astratto di saldezza e coerenza, e in nome di un timore innominabile per il riconoscimento di quella vulnerabilità e intima sgretolabilità che ci rende tutti ‘così vicini, così lontani’, per citare qui liberamente il titolo di un film di Wim Wenders del 1993 che, nella sua magnifica colonna sonora, ospitava anche una delle più belle e commoventi ballate dello stesso Nick Cave, intitolata proprio Faraway So Close. Esemplari in ‘Carnage’, sia al livello lirico-testuale e sia al livello dello straordinario lavoro di tessitura musicale e soundscape compiuto principalmente da Ellis, sono in questo senso brani come l’iniziale (e quanto mai spiazzante) Hand of God o come White Elephant, a proposito di quella che è stata poc’anzi definita come l’apparentemente impossibile compresenza di massima gravità e istanti di leggerezza, di tristezza e gioia, di disperazione ed euforia, che però, lungi dall’essere realmente impossibile, è invece a ben vedere la sostanza stessa della nostra esistenza o (volendo bizzarramente mixare qui Immanuel Kant e i Bad Seeds) forse finanche la sua stessa condizione di possibilità. Sul piano specificamente musicale, cioè della forma e soprattutto della strumentazione, ‘Carnage’ si muove in parte su coordinate non dissimili da quelle del precedente ‘Ghosteen’, molto più smaterializzate, atmosferiche e minimali rispetto allo stile a cui ci aveva abituato per molti anni Cave con i fidati Bad Seeds, seppure con un approccio più vicino al songwriting tradizionale rispetto all’inusitata ampiezza e distensione delle composizioni incluse in ‘Ghosteen’. ‘In lockdown, how did you find the impetus to start something as monumental as Carnage?’, ha comprensibilmente domandato un fan a Cave su The Red Hand Files, lo spazio di dialogo online aperto con grande generosità dal musicista australiano alla comunità dei suoi ammiratori e delle sue ammiratrici (https://www.theredhandfiles.com/lockdown-start-carnage), e la risposta di Cave, che fa anche riferimento alla sua amicizia con l’artista Thomas Houseago a cui sarebbe dedicata la succitata White Elephant, si conclude con parole incentrate sull’esistenza di ‘mighty, defiant and subversive works’ che fungono da ‘testament to one man’s struggle with his own destructive energies and the miraculous healing power of art’. Si tratta di parole molto belle, profonde e intense, che mi sembrano racchiudere bene almeno una parte del senso di un disco come ‘Carnage’, colonna sonora perfetta (e per questo drammatica) per un’umanità costretta a sperimentare la sofferenza della pandemia, lo struggimento e il lutto, e il senso di clausura di vari ‘lockdown’, eppure al tempo stesso non disposta a rinunciare alla speranza e alla tensione verso l’altrimenti, verso ciò che attualmente non è ma cionondimeno potrebbe essere. Opera gravida di conflitti e del senso stesso del conflitto come (inspiegabile e incomprensibile, per molti versi) modalità specificamente umana di essere-nel-mondo e di essere-in-relazione, ‘Carnage’ è al contempo un’opera che sembra invitare a non arrendersi alla datità del dolore e del conflitto come se tale condizione fosse immodificabile e assoluta, ma stimola viceversa a imparare a gestire il conflitto e la situazione umana inconciliata che esso testimonia, alla luce di un’idea (che, come tale, è in primo luogo manifestazione di una speranza) di conciliazione per nulla certa o garantita ma pur tuttavia possibile. Provare a fare i conti con il conflitto, provare a capirlo e provare a superare la difficoltà nel gestirlo, può richiedere a volte che si dedichino anni di studio ed energie a questo scopo; artisti come Cave ed Ellis offrono generosamente alle nostre orecchie e alle nostre menti melodie e parole capaci di dar forma a uno degli album più interiormente dolorosi e conflittuali che io ricordi, e al contempo più miracolosamente capaci di evocare la possibilità della cessazione del dolore e finanche della serenità, la prospettiva della non-conflittualità e della conciliazione. Il che, tutto sommato, è uno dei tanti modi possibili per dire che ci si trova di fronte a un capolavoro.

Voto: 9

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