Nick Bärtsch ‘Awase’

 

(ECM 2018)

In un’intervista, risalente al periodo della svolta dei King Crimson verso la musica ripetitiva (dunque il periodo di ‘Discipline’ e ‘Beat’), che mi ha sempre colpito e che ho letto nel libro di Paolo Bertrando ‘King Crimson. Robert Fripp’ (Arcana, Milano 1984, p. 172), Robert Fripp affermava a proposito dei compositori minimalisti: “Per quanto riguarda Steve Reich, di cui apprezzo le opere, mi porta a un punto in cui qualcosa d’interessante potrebbe accadere ma non riesce a fare quel salto. Perché è preconcetto e orchestrato. Personalmente mi piacerebbe aggiungere il fattore dell’azzardo a quanto Reich fa, andare in palcoscenico inaspettato durante un suo concerto e, dopo aver familiarizzato con il centro tonale, improvvisare sopra la sua musica”. Fantasia affascinante ma irrealizzabile – così ho sempre pensato, dopo aver letto quel passaggio dell’intervista – quella di unire al massimo della costruzione un guizzo di azzardo e improvvisazione. Fantasia tanto più affascinante in quanto legata a due fra i miei musicisti preferiti in assoluto, Fripp e Reich, entrambi sui generis in quanto rispettivamente appartenenti alla sfera della musica popular che però sconfina nella musica colta o sofisticata, e alla sfera della musica seria o accademica che però apprezza il pop e non disegna affatto di lasciarsi contaminare proficuamente da esso (si pensi alla recente collaborazione di Reich col chitarrista dei Radiohead) senza del resto scivolare mai nelle banalità di altri compositori tendenti a virare verso il popular… Così ho sempre pensato fino a pochi anni fa, fino a quando cioè per puro caso, per via di una di quelle fortunate coincidenze che talvolta capitano nella vita (musicale e non) di un individuo, mi sono imbattuto in un disco dalla copertina intrigante di un musicista fino a quel momento per me del tutto sconosciuto, Nick Bärtsch, con la sua formazione dal nome parimenti intrigante, Ronin. Ebbene, grazie a quella fortunata coincidenza scoprii allora che la fantasia affascinante ma apparentemente irrealizzabile – quella cioè di unire non a casaccio, ma in modo rigoroso e stringente, la costruttività, fondata sulla ripetitività e dunque sulla regolarità (la serialità, o meglio modularità, di certo minimalismo), all’imprevedibilità: l’hic et nunc irripetibile di un’improvvisazione non pianificata, basata su quel “talento particolare che non può essere insegnato ma solo esercitato” che è la capacità di giudizio in Kant e che, nella mia ipotesi, ancora più del genio è la facoltà dell’animo che guida il musicista nell’improvvisare – era non solo realizzabile ma di fatto realizzata. Era lì, di fronte a me, o meglio dentro le mie orecchie, e stava tutta nella particolarissima e speciale poetica del progetto Ronin del pianista e compositore svizzero Nick Bärtsch. Da allora non ho più smesso di seguire Bärtsch, a ogni sua uscita discografica in studio o live (tutte per etichetta ECM), e – cosa molto rara nel panorama musicale, va detto – non ne sono mai, proprio mai, rimasto deluso, pur apprezzando ovviamente certi suoi dischi di più e certi altri di meno. Tutto ciò si è ripetuto con l’ascolto del suo ultimo lavoro, ‘Awase’ del 2018. Volendo spiegare in pochissime parole, nel brevissimo spazio di una recensione, una poetica articolata e complessa come quella di Bärtsch, parlerei allora di un’unione fra la costruzione, basata sul darsi ripetitivo e finanche ossessivo dei moduli, e la decostruzione, basata appunto su un’attitudine genuinamente jazz che valorizza il talento del musicista nel variare ciò che pur tuttavia, appunto sotto forma di modulo, all’apparenza sarebbe invariabile, non sottoponibile a variazione, a modificazione, a trasformazione, a reinvenzione, ma solo passibile di riesecuzione, fedele all’originale fissato sullo spartito. La non-identità ottenuta non a spese dell’identico ma giocando liberamente a partire dal darsi del sempre-uguale, che vede così aufgehoben, tolta e insieme conservata, la propria sempiterna uguaglianza: questa, detta col linguaggio o, se si vuole, il gergo della dialettica, l’operazione di Bärtsch & soci. La validità dell’operazione spicca particolarmente in un pezzo come Modul 36, brano d’apertura del cd del 2006 ‘Stoa’, che, se comparato alla versione precedentemente registrata in quel disco, nella nuova versione contenuta in ‘Awase’, 12 anni dopo, si contraddistingue proprio per la capacità di unire duttilmente il modificato all’immodificato, il libero (per non dire l’anarchico, lo sfrenato) al costrittivo, lo sgretolante-la-forma e il consolidante-la-forma, in una dialettica fra gli opposti che non si risolve mai in una sensazione di stasi all’ascolto ma viceversa pulsa, freme, vive di inquietudini non sopite pur nella rassicurante graniticità del materiale sonoro che sta sullo sfondo, che poi emerge in primo piano, che poi torna sullo sfondo ecc. Accanto al succitato Modul 36, fra i brani inclusi in ‘Awase’ spiccano anche Modul 60, con cui si apre il disco, l’immediatamente successivo Modul 58 e il conclusivo Modul 59.

Voto: 10

Stefano Marino

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