Cabaret Contemporain ‘Moondog’


(Sub Rosa 2016)

Tra tutti i personaggi singolari della musica del XX secolo, Moondog è sicuramente uno dei più caratteristici e dei meno noti. Forse è il caso estremo dell’arte outsider in campo musicale. Moondog era un artista di strada, suonava e costruiva i propri strumenti così come i propri vestiti ‘vichinghi’ nella 6th Avenue degli anni ’50. Finché non venne notato da chi conta, e allora la sua figura di borderline venne progressivamente riabilitata dal circuito dell’arte. È accaduta praticamente la stessa cosa a Sun Ra. Ora non si può dire che la musica di Moondog vada di moda, nemmeno che abbia avuto il giusto riconoscimento da parte del pubblico, ma si può affermare che l’operazione di omaggio sia in qualche modo meno sorprendente – mi vengono in mente tributi di Janis Joplin, dei My Morning Jackets, di Anthony Hegarthy.
Questo non toglie nulla al valore del disco dei Cabaret Contemporain; anzi, essi riescono a restituire un clima di minimalismo e di concetto alle composizioni più di quanto le incisioni di Moondog stesso riescano a fare. Sarà per le voci, speciali, di Linda Olah e Isabel Soerling, sarà per la paletta timbrica e per l’ostinato arrangiamento ritmico, ma ad ascoltare per esempio my tiny butterfly sembra di scorgere, oltre a Moondog anche il John Cage del Baccanale; do your thing da pezzo naif (Moondog) diventa un brano di musica concreta; why spend the dark night with you somiglia ad un contrappunto di Reich.
Al di là dell’omaggio a Moondog, quindi, il disco viene ad assumere un valore intrinseco; non tanto per scoprire quel personaggio, quanto per ascoltare strepitosi arrangiamenti, ascoltatelo.

Voto: 8

Gianni Zen

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