Lucinda Williams ‘The ghosts of Highway 20’

(Highway 20 2016)

Ne ha fatta di strada la cantautrice Usa, ma non le basta. Ha ancora bisogno di andare e questa volta lungo il suo cammino, quello del Highway 20 ha rincontrato i fantasmi del suo passato, i luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza.
Il disco, un doppio cd o vinile, infatti, è molto malinconico, tuttavia, si tratta di una malinconia che non strugge, ma che accompagna piacevolmente l’ascoltatore a ricordare anche le cose del proprio passato.
Da cantautrice navigata Lucinda Williams struttura i suoi brani su un American folk che affonda le sue radici nel country, ma che si emancipa da questo, spingendosi verso territori jazzati/blusati evocativi.
i brani, infatti sono tutti lunghi, variano dai quattro ai quasi tredici minuti, anche se non necessariamente verbosi, con chitarre avvolgenti, che si tratti di ninnananne country (Place in my heart), o di momenti particolarmente intimi House of Earth, passando per la ballata di If there’s a Heaven.
La malinconia come si sa è parente strettissima del blues, per cui Lucinda Williams ci delizia con le dodici battute della title-track, di Doors of Heaven, di Faith & grace e di Can’t close the door on love. Menzione particolare va alla riuscitissima cover di Factory di Bruce Springesteen, valorizzata da una bellissima chitarra che si erge a metà del brano.
Un lavoro da età matura, ma che affascinerà anche i più giovani.

Voto: 8

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