Amirani Records

Quattro chiacchiere digitali con Gianni Mimmo della Amirani Records.

Di Marco Paolucci

uccio12@hotmail.com

18/07/2010: Nuovo viaggio alla scoperta delle più interessanti etichette del panorama musicale italiano. Questa volta ci siediamo a tavolino con la Amirani Records, label raffinata che produce e promuove interessanti album di musica improvvisata. Intavoliamo le consuete quattro chiacchiere digitali con Gianni Mimmo, musicista e patron dell’etichetta.

1) Quali sono le origini dell’etichetta? Come è nata l’idea? Quali ispirazioni ci sono state? A quali modelli, se ci sono stati, si è fatto riferimento?

Le origini di Amirani Records risiedono nell’ascolto di una parte incosciente del mio pensiero. In realtà non esistono giustificazioni di ordine artistico o esigenze di visibilità o altro. È stato l’unico sistema possibile per lavorare alle mie condizioni, cioè concentrando il massimo dell’attenzione sulla contraddizione tra fare della musica e assumersi la responsabilità di farla circolare. Credo di aver fatto questa scelta testarda perché in fondo amo complicarmi l’esistenza.  Dal punto di vista economico è, semplicemente, una scelta suicida. Quindi se lo fai ci deve essere un valore quasi imprescindibile, fatto di attenzione, valore della relazione e soprattutto sincerità. Poi mi sono detto, e ancora mi dico, che era una necessità, in fondo una specie di dovere. C’era un sacco di lavoro fatto e l’assurdità di non averlo fermato, testimoniato. L’aiuto e i consigli di persone provenienti da mondi musicali diversi è stato fondamentale. Mirko Spino di Wallace mi ha dato linee molto concrete e in fondo è stata una spinta d’entusiasmo. Poi la mia testa e la testardaggine ha fatto il resto. Ci sono diverse label che mi piacciono, quasi tutte di ambito contemporaneo, e sì, mi piacerebbe avere un catalogo e un profilo come l’austriaca Kairos, ma semplicemente non posso e il mondo nel quale mi dibatto è diverso.

2) Come scegli le produzioni?  3)Come scegli i gruppi?

Il discrimine è sempre, e sempre sarà, la sincerità. Se viene mene questo semplice e raro parametro, a me la musica non interessa. Abbiamo molta calligrafia, molta enciclopedia, molta dimostrazione e non c’è bisogno di aggiungerne altra. Io voglio occuparmi di cose intere, possibilmente profonde che mi venga voglia di ri-pensare, che siano fragranti e complesse, che abbiano una gittata comunicativa e non siano auto-referenziali. A me non piace quasi niente, anzi se una cosa mi piace molto, mi insospettisco. Invece sono molto attratto dalla forza dei tentativi, mi attrae l’impressione di avere qualcosa di luccicante fra le mani e incominciare a farsi domande. In fondo credo che la musica sia questo: avere una luce e farla riverberare. Io non so davvero se scelgo cosa produrre, sicuramente so cosa “non” produrre. Eppure, davvero vorrei poter fare di più, ma in questo tempo confuso e vano forse è illusione. Alcuni musicisti che stimo mi dicono che questa è documentazione, e forse è vero. Ma io mi dico spesso che è un gesto prezioso, semplicemente prezioso. Un tentativo enorme, con ricaduta blanda, di penetrazione sociale. Il rischio di frustrazione è praticamente inevitabile, ma ogni volta questa possibilità di trovare e fare il meglio che si può con quello che hai rende il tutto appetitoso e fresco.

4) Come sono i rapporti con i musicisti?

Normalmente buoni, i taluni casi ottimi, in certi, trascendentali. Certe relazioni sono fatte per crescere a poco a poco, altre vogliono dire tutto ciò che possono subito. A me piace indagare a fondo il concept, seguirne l’evoluzione e comprendere perché mi attrae. Quindi se i musicisti sono persone profonde, il rapporto è destinato a fruttare. Spesso parto da un punto di vista di necessità. A volte capita di avere prodotti bellissimi fra le mani, ma, come dire, un po’ inutili… Così, siccome io posso produrre poco per ragioni di denaro, preferisco farlo per cose che siano, a loro modo, imprescindibili. Con taluni musicisti poi, è una gioia lavorare. La rifinitura, l’idea grafica, il peso del tempo e un’urgenza di freschezza sono le soddisfazioni di questo lavoro.. Prima di diventare un album, la musica è uno spazio molto interessante da frequentare anche nei suoi aspetti laterali.

5) Cosa pensi delle coproduzioni?

Ho avuto solo soddisfazioni dalle co-produzioni. È importante e strategico stare in più cataloghi. Si arriva a platee finalmente diverse, si istilla differenza, si hanno relazioni con persone altre. Che poi è la funzione di questa storia: arrivare in altri posti. Se il pubblico che ti ascolta non è il tuo pubblico, si aprono scenari fruitivi totalmente diversi. E, credimi, questo, oggi, è agire nel sociale. Ho prodotto con la Wallace, per fortuna così diversa da Amirani, con LongSong Records di Fabrizio Perissinotto, con la Phonometak di Xabier Iriondo la ReR Megacorp di Chris Cutler, Grim Media Records. E con loro c’è una differenza, un rispetto e uno stesso sguardo schietto che mi fa sentire orgoglioso di conoscerli e di stare con loro in mezzo a sto casino.

6) Quali pensi siano state, analizzando questo primo spaccato di uscite, le produzioni migliori targate Amirani Records? Quali le peggiori?

Amirani ha oggi 5 anni e 25 produzioni al suo attivo, mi sembra di dover rallentare. Lo dico sempre e non lo faccio mai, ma, prima o poi, dovrò fare meno e meglio di così. Tutte le produzioni di Amirani dovevano uscire secondo me. Le migliori per me sono quelle nelle quali ho potuto approfondire di più l’idea iniziale, trattarla come materia viva e arrivare a un prodotto che non vedeva l’ora di andarsene in giro, via dalle mie mani. Cito il primo numero ‘One Way Ticket’ perché è stato il seme giusto al momento giusto. Cito ‘Kursk’ perché è un video che ha richiesto una preparazione infinita, ma ancora oggi mi commuove e poi ‘Samsingen’, dove ho fatto il produttore puro. ‘Your Very Eyes’ con Xabier è un piccolo capolavoro, forse neanche tanto piccolo. Il 6 cds box di Braxton, il concept ‘on War’ intorno al concetto di guerra, nel quale ho coinvolto molti progetti diversissimi e tutti intensissimi, Forgiving July, il trio che ha girato molto, Five Rooms e poi gli ultimi ‘The Shoreditch concert’, ‘Reciprocal uncles’ e ‘Blastula’ con Cristiano Calcagnile e Monica Demuru fino all’ultimo proprio ora in uscita ‘Flatime’ secondo capitolo di EaSilence. Ma avete sentito ‘Eclipse’? O ‘Noble Art’? O il live di Enzo Rocco con Lol Coxhill? Davvero non ci sono passi falsi. Ci sono cose che avrei dovuto approfondire di più, questo sì. È che faccio tutto da solo, con una presunzione talvolta fuori misura…

7) Con chi ti è piaciuto collaborare sia come produttore che come musicista? 8) Con chi vorresti collaborare sia come produttore che come musicista?

Sto provando a co – produrre con un paio di label americane, la Rastascan di Gino Robair e la Balance Point Acoustic di Damon Smith, nel tentativo di pubblicare il mio tour con Reciprocal Uncles (io + Gianni Lenoci) e quindi gli incontri fatti laggiù. C’è in arrivo una co-produzione con Setola di Maiale di Stefano Giust, prezioso amico, musicista e documentatore infaticabile. Ma amerei spingermi un po’ più in là e vedrò che riesco a fare. Per esempio varrebbe la pena di confrontarsi con label con i soldi, ma che lavorano con serietà e rigore. l’idea è ancora quella di un concept molto forte, coivolgendo progetti diversi, sulla linea di ‘On War’.

9) Come vedi la scena musicale italiana?

Non vedo nessuna scena, vedo solo persone. Spesso il linguaggio è molto omologato, in parte inutile. Mi spiace essere amaro, ma la sento così. Vedo poi molte scintille, bagliori, e poi piccoli progetti e anche grandi progetti, ma slegati fra loro. Non esiste una scena, se mai esistono luoghi, con minore o maggiore densità. Ma proprio perché è confusa, la situazione va osservata con schiettezza evitando il più possibile la superficialità. E poi tentare connessioni con le linee fertili. Ma è un momento assai opaco, quindi oltre a vedere, bisogna anche “sentire”.

10) Come vedi la scena live italiana?

Vorrei parlare della scena live parlando di ciò che c’è giù dal palco. Questa e la vera cosa da osservare: di come è cambiata, sottraendosi, la fruizione. Più passiva, meno selettiva, televisiva e “divanizzata”, la fruizione è molto difficile, per certi versi impossibile. Questo succede proprio nel massimo della possibilità di indagare le proprie curiosità. È la sottocultura, è il rapporto quasi masochistico del non esserci davvero. Ho visto momenti migliori, molto migliori e credo che siamo a un punto di non ritorno. Il pubblico non esiste, secondo me. O meglio non esiste più.  Esistono singole possibilità e forse, per la mia musica, l’obiettivo è ritentare di tessere, piano piano, una rete comunicativa che rimanga attiva anche dopo il concerto. La musica non può essere solo il concerto. La musica è un fenomeno sociale. Esce e penetra nel sociale. Anche il musicista più remoto e solo, su di un’altura dell’Uzbekhistan, è un fenomeno sociale. L’arte è un aiuto fondamentale all’interpretazione del mondo. Un’occasione di usare categorie altre. Quello che chiamiamo pubblico, sembra un insieme smarrito, che cerca di ridurre ciò che gli accade innanzi a fenomeno fine a se stesso, un’immagine fra le tante. Alterare, spostare, e nello stesso tempo ricominciare a spiegare, a narrare questo è oggi il compito di un live.

11)  Progetti futuri?

Molti, troppi forse. La label aprirà presto una piccola collana di musica contemporanea, altra follia, come non bastasse quello fatto finora. I progetti musicali personali attivi sono parecchi e tutti importanti: sarò con Gianni Lenoci di nuovo in Usa il prossimo febbraio, perché Reciprocal Uncles davvero funziona in modo molto serio, si apre un nuovo quartetto di fiati con Alessio Pisani al fagotto, Mirio Cosottini alla tromba e il mio fido Angelo Contini al trombone. Lo Shoreditch Trio (con Nicola Guazzaloca al piano e Hannah Marshall al cello) sarà in tour in Belgio nel prossimo ottobre, in uscita il cd e in tour il mio duo di sax soprani con il grande Harri Sjöström, incisione e concerti in Italia e Uk per Granularities in compagnia di Martin Meyes al french horn e Lawrence Casserley al signal processing instrument, un trio incredibile. E poi la prospettiva alterata e spirituale di Mistaking Monks con i miei due fratellini Xabier Iriondo e Cristian Calcagnile. Qui abbiamo un lavoro sulle immagini di Serghei Paradjanov, regista visionario e magico  che sarà in giro a settembre e poi un lavoro in arrivo. Ma c’è anche un mio vecchio lavoro su testi di Beckett, Bacon, T.S.Eliot che vorrei far venire alla luce dopo che è stato ri-arrangiato per quintetto da camera dal compositore Federico Cumar. Credo inoltre che entro al fine dell’anno avremo un piccolo festival della label. Verrà un tempo nel quale sedere e guardare, anche.