The Cure ‘4:13 Dream’

(Suretone Records/Geffen 2008)

Ad ascoltare quest’ultima fatica di Mr. Robert Smith si comprende come i tempi dei capolavori “Pornography” e “Disintegration” siano ormai lontanissimi. Solitamente le band seguono un percorso comune: nascono incendiarie e muoiono pompieri – per dirla con il poeta. Ovvero: cominciano con gli amplificatori a tutto volume e poi si rifugiano progressivamente dietro un suono più educato e gentile – “maturo”, si dice solitamente in questi casi.
Ecco, per i Cure il discorso è esattamente l’opposto. Negli ultimi due dischi (il pessimo omonimo del 2004 e questo “4:13 Dream”) hanno sfoderato, pur mantenendo inequivocabilmente la loro cifra stilistica dark, chitarre elettriche aggressive come non mai ed una grinta rock che in trent’anni di carriera in nessuna occasione avevano mostrato – neppure nel loro primo periodo, decisamente più influenzato dal punk. Tutto ciò, ahinoi, non è un bene.
Ad ascoltare le tredici tracce che compongono questo ultimo LP ci si chiede ancora una volta dove siano finite le lunghe intro e le code strumentali e le sofferte melodie a base di strati di tastiere ed intrecci di chitarre che avevano caratterizzato i capolavori degli anni ’80.
Intendiamoci: qualche brano buono c’è: l’overture strumentale di Underneath The Stars, la poppeggiante The Only One, la nervosa Freakshow, la malinconica Sirensong (ma, attenzione, niente a che vedere, con la più celebre Lovesong) e l’angosciato trittico finale composto da Sleep When I’m Dead, The Scream (forse il pezzo migliore del disco) ed It’s Over. Il resto, purtroppo, è invece tutto un tripudio di chitarre rock che non vanno da nessuna parte, che sbandano senza direzione, che, per quanto aggressive, non riescono a colpire al cuore.
Un vero peccato. Chissà, forse qualcuno dovrebbe costringere Mr. Smith a riascoltare quel capolavoro assoluto che era Plainsong. Magari ne verrebbe fuori un album degno del passato.

Voto: 5

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