Starsailor

“STARSAILOR”

 

autore: Tim Buckley

etichetta: Straight

anno di pubblicazione: 1970

con: Tim Buckley, John Balkin, Lee Underwood, Buzz Gardner, Maury Baker, Bunk Gardner.

 

Quest’uomo dal sorriso triste, figlio bastardo del sogno psichedelico, otterrà pieno riconoscimento solo nel corso degli anni Ottanta: non per merito dei revivalisti di turno, si badi bene, ma ad opera di quanti capiranno che la morte può danzare. I suoi voli spaziali non sono espressione di una fuga dalla realtà, alla ricerca di un mondo di sogno, ma estrinsecazione di un mal di vivere che lo porterà a troncare i propri giorni senza aver varcato la soglia dei trent’anni. Buckley inizia la sua parabola come folksinger innamorato di vecchie cantanti jazz (Billie Holliday e Bessie Smith) e poi, complici i testi del poeta Larry Beckett, inizia a modellare le parole con voce tormentata in un percorso che, attraverso tappe come Goodbye & Hello, Happy Sad, Blue Afternoon e Lorca, lo porterà alla realizzazione di questo vertice artistico le cui barriere risulteranno invalicabili per le sue stesse forze. Starsailor non è rock, non è jazz, non è folk, non è pop: è un po’ tutto e nulla di tutto ciò. Canzoni in forma libera – al cui interno sperimentazione e passione convivono come raramente succede – capaci di trasportare l’ascoltatore in un vortice di emozioni che, qualora la connivenza con l’angoscia di Buckley risulti illimitata, può giungere all’afflizione; questo anche quando la malinconia si stempera nella novella d’amore del Moulin Rouge. Forse Buckley non faceva parte di questo mondo e forse non è scomparso ma è semplicemente ritornato nella sua dimensione a tessere serenate per le sirene; a noi mortali rimane la clonazione della sua voce, ed è ancora splendido lasciarsi tentare dal suo canto meraviglioso: ‘Swim to me, swim to me, let me enfold you: here I am, here I am, waiting to hold you’.