‘Thelonious Himself’ ‘Thelonious Alone in San Francisco’

“THELONIOUS HIMSELF”


“THELONIOUS ALONE IN SAN FRANCISCO”


 


autore: Thelonious Monk


etichetta: Riverside


anno di pubblicazione: 1957-1959


con: Thelonious Monk.


 


Questo è Monk. Due album dal vivo che, anime speculari, si completano a vicenda; l’uno registrato a New York e l’altro a San Francisco, rappresentano due istantanee coast to coast separate solo da un breve lasso di tempo. Non v’è sovrapposizione di brani e il repertorio classico monkiano viene in buona parte riproposto. Reflections, ‘Round Midnight, Blue Monk, Pannonica e Ruby, My Dear acquistano nuova luce dalla scarna esecuzione solitaria e brillano come diamanti al sole, da questo nitore emerge soprattutto il fascinoso gioco delle mani di Monk che, abilmente, si destreggiano fra dissonanze, risonanze e silenzi. Si, questa è la dimensione perfetta per gustare appieno la poetica monkiana: esalta il carattere intimo e intimista della sua musica, quel suo modo anticonvenzionale di suonare il pianoforte e riflette la sua stessa personalità di solitario. Molto ci sarebbe ancora da dire su quel suo modo di suonare che, seppure se da una parte gli abbia procurato accuse di incapacità tecnica, ha rappresentato uno degli ascendenti maggiori nella musica improvvisata di fine millennio – e non solo sui pianisti – sia in America che in Europa. Fare nomi vuol dire citare Cecil Taylor, Dollar Brand, Andrew Hill, Ornette Coleman, Steve Lacy, Leo Smith, Bill Evans, Paul Bley, Misha Mengelberg, Alexander Von Schlippenbach, Chris McGregor… e penso che possa bastare. Si tratta di un approccio percussivo e sgrammaticato che, a partire dall’impostazione a dita piatte, sta agli antipodi di quello classico occidentale. L’ultimo brano di Himself, cioè Monk’s Mood, è l’unico ad avvalersi dell’accompagnamento di Wilbur Ware al basso e John Coltrane al sax tenore. Due dischi fondamentali. Questo è Monk.