pxp ‘While(p)(print”.”,” “x$p++)’

Il primo impatto è davvero allarmante.
Ad aprire il lavoro dell’oscuro progetto pxp (per la cronaca “the department for penetration and perversion) troviamo una violenta tempesta di scorie elettriche.
Qualcosa di molto simile alle manipolazioni sonore del nipponico Masami-Merzbow-Akita.

L’effetto è quello di carta vetrata frizionata sulle membrane timpaniche.
Un muro di suono digitale minimamente modulato che ti avvolge come una fitta coltre di nebbia.

Si procede con escorianti pulsioni ritmiche che, anche se danno una parvenza di maggior organicità all’ascolto, in realtà si collocano sullo stesso grado d’intransigenza sonora.
Insomma computer music portata alle estreme conseguenze per pxp, così radicale da non sembrare frutto di una mente umana ma che ad un ascolto più attento (e non privo di momenti logoranti, a dire il vero) rivela sfaccettature inaspettate e momenti davvero interessanti, saltando da improvvisi assalti noise a umorali passaggi dark-ambient a scheletriche tessiture ritmiche e raggiungendo i risultati migliori nei momenti centrali del lavoro.
While(p)(print”.”,” “x$p++) è un salto nel buio, un arduo percorso attraverso rumore, silenzio e ritmo verso il nulla, un viaggio, non privo di rischi, nell’estremismo digitale, un omaggio al più cieco nichilismo sonoro.
Insomma, un monolito in quanto a pesantezza e digeribilità ma non privo, comunque, di un suo fascino decadente.

È difficile dare una collocazione temporale all’ascolto di While(p)(print”.”,” “x$p++) ma se per voi i fruscii che emette il vostro frigorifero in piena notte sono il massimo dell’empatia musicale, se fissarvi davanti al televisore e godere dell’effetto neve e relativo segnale audio è il massimo del sollazzo, bene!, allora gli pxp potrebbero aver prodotto la migliore soundtrack per la vostra vita da post-humani.

Voto: 7

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