Those Lone Vamps ‘In Wheatfield’

(Vernal Week 2017)

D’incastro fra montagne e cielo, più o meno come al solito
per quel geniaccio ispido di Bruno Clocchiatti-Oakey e la sua
cellula Those Lone Vamps. Che a questo giro sputa fuori
cinque lunghe ballate, registrate fra le Alpi con un quattro piste
malmesso in una miniera di rame nel 1984.
In solitudine, fra bagliori tremolanti troppo lontani da raggiungere, persi nel bianco assoluto e spasmi ululanti che mirano al tutto, al niente, ad un
briciolo d’amore. A spiaccicar febbri beefheartiane in pozzanghere
acustiche e in questo valico montano, aperto a mani nude, pure un
ricordo (l’autore può sfancularmi se vuole…), del Jazz Butcher più disastrato.
Muggiti, ragliamenti, ninna nanne e implorazioni, ad occhi chiusi e in sobbalzo scoprirsi a rimembrar congiunzioni astrali con sfatte polifonie sarde (Wheatfield
North
). Ma, lascia perder le sofisticate autisticherie alla
Jandek, questa è fiamma che brucia zeppi, zeppetti e
ciocchi, con un lontano scampanellio di pascolo conficcato nel
timpano. Non per un pubblico (che non esiste), quanto forse, per
chi ti stringe e ti è più vicino nel buio e nel
silenzio. Una dedica scomposta e carnale, intrisa di singhiozzante
ardore, a perdifiato lungo una strada deserta, nient’altro che tu e i
fari che accendono per un’istante il niente. Sagome di sfuggita,
in attraversamento o bordo strada. Era una volpe? Era un cervo?
Era un’istrice? Giri la testa, veloce, ma non troppo veloce.
Un nulla che scompare nel nulla. Il gospel, il blues,
Cash e Vega, lo Springsteen in balbettio di State Trooper. D’improvviso,
fermi di fronti ad un cumulo di neve che intralcia il passo,
ascoltare lo scricchiolio del ghiaccio circostante a luci spente.
Rumore di fondo dell’universo.

Voto: 8

Marco Carcasi

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