Fleet Foxes ‘Fleet Foxes’

(Sub Pop 2008)

Per chi non la conoscesse (ma sono in pochi, siamo pronti a scommetterlo), la Sub Pop è la casa discografica indipendente per eccellenza, quella che tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta ha lanciato su scala mondiale il fenomeno del grunge (tra gli artisti prodotti, Soundgarden, Mudhoney e Nirvana).
Quest’anno Bruce Pavitt e Jonathan Poneman, i due fondatori dell’etichetta, festeggiano il ventennale della loro attività. E lo fanno pubblicando, tra le altre cose, il disco di una band di Seattle, i Fleet Foxes, decisamente agli antipodi rispetto a quella miscela di garage, punk e metal che era il sound di Cobain e compari.
Il quintetto americano, qui al suo debutto, propone infatti undici pezzi che mescolano con disinvoltura pop, folk e psichedelia, dando vita a brani che difficilmente si dimenticano.
Red Squirrel/Sun Rises è l’emblema della loro arte: armonie vocali a là Beach Boys e divagazioni elettro-acustiche. Brian Wilson, Donovan, i Fleetwood Mac, Fairport Convention, cori da chiesa e trovate psich di varia natura si mescolano più che efficacemente in tracce come White Winter Himlan, Ragged Wood, Tiger Mountain Peasant Song (tra la più scarne del lotto, giocata su un tappeto armonico-melodico di due chitarre acustiche e sulla vocalità limpida e potente del singer), Quiet Houses (in cui fa capolino un organetto psichedelico), Your Protector, Madowlark (splendidamente malinconica), Blue Ridge Mountains (una tenera nenia che si anima solo a metà) e il capolavoro folk di Oliver James, uno dei pezzi migliori dell’LP, che alterna passaggi con l’accompagnamento della sola sei corde acustica a parti a cappella.

Una manciata di brani che strizza l’occhio non solo ai nostalgici del sound ’60-’70 ma anche a chi cerca un pizzico di novità. Tra i dischi usciti sino a quest’anno, uno dei migliori.

Voto: 9

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