Switters ‘The Anabaptist Loop’

(Improvvisatore Involontario/Wide 2005)

‘Suoni asimmetrici per una realtà asimmetrica’.
Ecco miei cari signori campeggiare in procinto di inizio recensione lo slogan scritto dal trio Switters, ossia buona fetta del raffinato jet-set improv-jazz peninsulare, composto da Gianni Gebbia al sax e flauto, Francesco Cusa (da poco artefice anche di un’uscita propria, sempre su Improvvisatore Involontario, “Psicopatologia del Serial Killer”) alla batteria e Vincenzo Vasi al basso elettrico, theremin e voce.

Anche questa uscita è interamente prodotta dalla I.I. ed anche questa volta il materiale che si schiude alle nostre orecchie cela una connessione con schemi alquanto complessi. Innanzitutto, andiamo a scoprire che il nome scelto dai tre, Switters, per presentare la loro musica è preso in prestito dal protagonista principale di un romanzo scritto da Tom Robbins, “Fierce Invalids From Hot Climates” (Feroci Invalidi di ritorno da un paese caldo). Ma anche che i titoli scelti per ornare le 17 tracce del cd sono frutto dell’ispirazione rilasciata dalla lettura di altrettanti romanzi che, oltre al già citato manoscritto di Robbins più altri, adocchia piazzarsi tra i libri preferiti dei musicisti due (grandi) romanzi firmati da Wu Ming e Luther Blisset,“Q”e”54”: due spaccati di letteratura che esaminavano con gran maestria episodi accaduti, rispettivamente nel 500 (il primo) e durante tutti gli anni ’50, confacenti al XX° secolo (il secondo).
Da ciò ne deriva, esaminando e sezionando con precisione gli anni in corso dei relativi periodi storiografici, un tipo di rapporto ‘matematico’, dibattuto con maggior chiarezza e approfondimento da Wu Ming 1 che ne firma le note interne al cd.
1/3 di 20 sta a 500 come 50 sta a 20… 6,66:500 = 50 : 20… sproporzioni asimmetriche che fanno in un lampo (ri)salire alla memoria titoli formulati da alcuni padri fondatori della grande AACM: Anthony Braxton e Muhal Richard Abrams…
Sopraggiunti a queste due nomine non rimane che sospingerci ed entrare più specificamente dentro il suono di “The Anabaptist Loop”, dicendo subito che le trame improvvisate dai tre ricamano una simbiosi perfetta tra sonorità jazz, calde e pastose (il rilassante spaccato cocktail-swing ricavato da Cary Grant che sembra rivivere alcune delicatezze alla Bill Evans) e ritmi che costeggiano un sound più metropolitano (e quindi ‘inquinato’ da elementi ‘avant’, quali il fraseggio free di Switters o nel portamento fiacco e spompato dei fiati di Domino).

Improvvisazioni minuziosamente inclinate e aspre (serov), ritmiche elastiche à la Sunny Murray puntellano i ‘destrutturanti’ giochi gutturali emessi dalla voce di Vasi che riecheggiano all’esterno la tecnica polverizzata di un grande Phil Milton (ne sono esempio di ciò l’esame di Confession I e l’aria sbarazzina di Bar Aurora), echi di ‘Trane e Sam Rivers (Mustang Sally Blues), bordate para-funky e originali visioni moderne sulla stregua di Miles (New Midddle Age Walkin’).
Proseguendo avanti il ritmo prende una piega velatamente etnica che traspare dalle morbide percussioni tribaleggianti di Carafa per ridarsi subito dopo ad istanze radicali, come nel breve spaccato (cautamente violento) intitolato Santa Inquisizione e nell’andata minimale posta nella title track. Disincantata è l’aria vissuta in Salvatore Pagano, la quale vede i due sax di Gebbia improvvisare in modo disincantato alla misura del raffinato sax di Cristoph Gallio. Non mancano riferimenti alla situazione politica, economica e sociale che riflette nella lettura di titoli come Ballata delle Multinazionali e Theory Of Conspiracy.
Da qualsiasi angolatura lo si osservi “The Anabaptist Loop” non può che apparire come un prodotto intelligente ed innovativo, un disco in cui l’avant jazz italiano compie una gran bella figura e senza molte fatiche sorpassa per classe ed eleganza una buona fetta di circuito improv d’oltreoceano.

Voto: 8

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