The Rapture ‘Echoes’

(DFA/Mercury/Universal 2003)

Ascoltando una sola canzone in un negozio di dischi: son tornati i Cure. No, c’é un gruppo nuovo: The Rapture. Ritornano gli 80. Ritorna la voce dark/wave, filtrata da basi e chitarre sporche. Rimiscelate dalla moda strokesiana. Dal ritorno a(lla No) New York (vedi ristampe della Ze Records). Come riprendere il passato e farlo rivivere? Voce e ritmo. Suoni vecchi. Ballate. Quello che stanno facendo un po’ tutti. Che hanno questi Rapture di meglio/diverso? Niente.

Niente? Beh c’é qualcosina. C’é l’apertura: Olio. Ritorna per 17 secondi il fantasma di Robert Smith (si capisce che dovrebbero ripartire da qui anche i Cure. Usare/costruire suoni nuovi). Ritorna la disco/il ritmo quasi glam. C’é la ballata: Open Up Your Heart. Altro ricordo: Jeff Buckley.

C’é il resto: un ritorno/ricordo ritorto/rituffarsi e non potersi togliere il sintetizzatore di dosso, insomma l’ereditá degli anni 80. Ma é anche un miscuglio delle derive fine 70. Punk/Noise filtrato dal ritmo pop. La costruzione del riff perfetto. Qui i nostri hanno ripreso le cose dei vari A Certain Ratio, Gang of Four, etc. Il blues guarda da fuori, resta attorno alla voce al limite del rantolo (P.I.L.). Ogni tanto c’é anche qualche inizio che richiama i Suede.

Tutte canzoni d’amore/i. I testi non c’entrano/non servono. Basta il ritmo. I Rapture ci vogliono estasiare. Ci riducono l’orizzonte della camera. Ci fanno vedere a specchi. A luci al neon. Oscurate/dark.

Echi. Titolo che torna indietro, che rimbalza, che ri-suona (/risuonerá). 70 80 90 echi.

Voto: 8

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