Graziano Lella/Arg

Realtà (non)apparente. Conversazione con il manipolatore Graziano Lella aka Arg.

Sono due i motivi che ci spingono ad inoltrare una discussione con il musicista capitolino Graziano Lella. Per prima lo stato poco incoraggiante in cui sono costretti a navigare gli artisti italiani per promuovere i loro lavori. Di fatto, Lella ha dovuto compiere diverse ricerche, per l’esattezza due anni, prima di vedersi aprire le porte dell’etichetta portoghese gestita da Paulo Raposo: la “Sirr. ecords” per la produzione del suo primo full lenght, con l’appellativo di Arg. Il secondo è rappresentato dall’ampia fertilità stilistica che sta vivendo (il “loco” come lo definisce Carcasi nell’intervista) la Capitale in questo periodo.


Di qui a seguire si parla dei suoi primi approcci con la musica punk,  poi il suo svincolarsi lentamente da forme rock, per aderire (anche i propri studi di astrofisica hanno contribuito in maniera determinante) a strutture di maggior complessa articolazione, che trovano agio nel proiettarsi verso lidi elettroacustici .


 


 


 


 


 


Marco: Retrospettiva ed importanza della memoria; due situazioni che meriterebbero, ora, una più attenta considerazione, in quanto molte delle faccende più intriganti del loco (Roma), forse, devono molto all’associazione culturale “Cervello a Sonagli” e Gronge?


Sono stato membro attivo, per diverso tempo, dell’associazione “Cervello A sonagli”, la quale ha organizzato quasi una centinaia di concerti in dieci anni.


In questo periodo a Roma sono passati musicisti  importantissimi della scena sperimentale o, in ogni caso, ‘non ortodossa’. L’esperienza “Cervello A Sonagli” ha sicuramente contribuito a ricreare, durante gli anni novanta, un punto d’incontro, un ‘relativo’ fermento culturale ed una occasione di crescita per i musicisti romani. Il cd “Sotto Il Sole Di Roma”, curato e prodotto, da Cervello A Sonagli rappresenta una testimonianza dei legami tra i vari musicisti che vi hanno partecipato (Zic e Dura Figura, dei quali ho fatto parte, Ossatura, Shismophonia, Brutopop, Memoria Zero ed altri).


Per quanto riguarda “Gronge”, non sono legato a loro in maniera particolare, anche se conosco molto bene alcuni membri della formazione (molto attivi nel trio Zu).


 


Sergio: Come credi stia evolvendo la scena italiana, in tutte le sue sfaccettature, anche quelle per te meno digeribili?


La musica italiana non è inferiore a quella che proviene dall’estero, è solo meno valorizzata, perché non c’è un vero interesse nella promozione e diffusione ‘seria’ delle nostre cose.


Conosco diversi progetti italiani interessanti e validi, indipendentemente dai singoli linguaggi espressivi utilizzati.


 


Entriamo però qui in un discorso piuttosto complesso e articolato, difficilmente esauribile in poche righe. A mio avviso da noi, come nel resto del panorama mondiale delle musiche di ricerca, si respira in parte un’aria di sterilità estetica, forse dettata anche dalle dinamiche di mercato (non intendo solo quello relativo alla musica) da cui siamo travolti. I progetti evolvono troppo velocemente, spesso senza gli approfondimenti e gli sviluppi che potrebbero nascere da modalità di lavoro più rallentate e razionali. Spesso mancano le fasi essenziali di analisi, di critica e di verifica.


Si produce troppo spesso e troppo in fretta. Di troppi cd non ricordiamo l’ordine delle tracce, a volte nemmeno l’ordine cronologico dei lavori dello stesso musicista o gruppo. Ciò, significa che gli ascolti sono diventati troppo veloci e superficiali, oppure che i progetti evolvono poco tra una produzione ed un’altra.


 


Sono fiducioso però nella nuova linfa vitale che sembra avere la musica italiana negli ultimi periodi. Bisogna solo lavorare molto, ciò vale sia per chi produce musica, sia per chi ha il compito di diffonderla ed analizzarla.


 


Sergio: Secondo Lella sono più attente nel cogliere nuovi parametri o movimenti stilistici le diverse webzine che attraversano la rete, o la tradizionale stampa musicale?


La tua domanda diretta mi costringe ad esser franco:


la situazione della stampa musicale in Italia è molto triste.


Non mancano ovviamente i redattori seri o preparati, ma in generale, quando per interessi personali si ha una buona conoscenza di un fenomeno o di un musicista/gruppo, ci si rende conto della mancanza di approfondimenti da parte della critica musicale sulle nostre testate.


Troppo spesso gli articoli e le recensioni sono prive di analisi, contestualizzazioni storico-sociali, paralleli con i movimenti filosofico-culturali, serie e competenti valutazioni di natura estetica.


Le uniche comparazioni, che aggiungono ben poco a quanto già acquisito, vengono fatte ad un livello sociologico (di solito basso) rapportato a fenomeni secondari, o a scene musicali temporanee o modaiole, ben acquisite da tempo da tutti.


Il lato grave di tutto ciò è che si sta arrivando ad una chiusura degli interessi dei lettori, all’incapacità di stimolare verso forme e linguaggi diversi o ‘non catalogabili’.


A mio avviso nelle webzine, generalmente più ‘specializzate’ delle riviste cartacee, vi è una possibilità reale per un’apertura più rapida verso i movimenti attuali, senza le imposizioni degli ‘obbligi’ editoriali tipici delle riviste su carta stampata. L’importante è non fermarsi nel fornire solo notizie, ma curare in modo particolare gli approfondimenti.


 


Marco: ‘Rumore di fondo dell’universo’, Arg come parabola a catturare soluzioni di vita ‘stradaiola’, che sfuggono alle orecchie disattente del Sabato sera, o forse, forma austera di musicista che osserva la realtà nella sua ordinata stanzetta?


Tutto quello che dici più o meno mi appartiene.


Captare il rumore di fondo dell’universo mi riporta ad una delle esperienze più belle della mia vita: gli studi di astrofisica.


Presto una particolare attenzione al dettaglio dei suoni che mi circondano, forse appartengo più ai sensibili, al paesaggio sonoro in cui viviamo, che non al mondo della percezione visiva.


La fisica insegna che si possono utilizzare leggi anche per descrivere fenomeni caotici, che sono poi i più semplici ed il caos reale, certamente, coinvolge anche l’apparente ordine della mia stanza. Credo di essere fin troppo partecipe della realtà, tanto da pormi questioni etiche che spingono il mio lavoro verso strade, non sempre, semplici e lineari.


 


Sergio:L’utilizzo della realtà, l’avvicinamento all’utilizzo di suoni concreti nasce parallelamente ad Arg, oppure è un qualcosa che ti affascina da sempre?


La passione per la musica concreta ed elettronica l’ho avuta sempre. I miei interessi hanno spaziato nel tempo fra i linguaggi più diversi: elettronica ed elettroacustica storica, musica industrial, elettronica minimale, musica costruita dalla ricontestualizzazione di campionamenti, elettronica tedesca, improvvisazione elettroacustica, acusmatica.


Il percorso che mi ha portato all’utilizzo del computer ed alla realizzazione di musica concreta  è stato, dunque, assolutamente naturale, non dettato da scelte o decisioni particolari.


E’ semplicemente arrivato il momento giusto per avvicinarmi a questo linguaggio, non ‘solo’ come ascoltatore, ma anche in maniera attiva.


Mi affascina l’idea del controllo totale che si può avere sul suono, e sulle grandissime possibilità di manipolazione che offrono le nuove strumentazioni, che di riflesso spingono necessariamente verso la necessità di un’organizzazione rigorosa del materiale compositivo.


 


Marco: Facilitazioni fornite da tecnologie consumer (come registratori minidisc), che velocemente ridonano suono alle nostre orecchie ‘distratte’; quanta casualità entra nella tua scrittura che pare, altresì, ben congeniata?


La quantità di casualità nella musica dovrebbe essere, a mio avviso, dal singolo compositore tramite i processi compositivi utilizzati.


E’ possibile utilizzare musica totalmente aleatoria. Viceversa, all’interno di una scrittura più rigorosa, a limite strutturalista, è possibile (i maestri del passato c’è l’hanno insegnato) inserire elementi casuali. Ciò, non necessariamente entra in gioco in maniera automatica, dal momento che si utilizza la tecnologia informatica o digitale.


Il materiale di partenza nella musica concreta può contenere elementi casuali (ad es. registrazioni di suoni ambientali), ma è possibile anche utilizzare sorgenti con comportamenti noti (ad es. strumenti tradizionali). Durante la composizione si possono, poi, organizzare in maniera dettagliata e perfettamente definita anche suoi contenenti, all’origine, componenti imprevedibili.


Nei miei processi compositivi utilizzo tutte e due le possibilità.


 


Sergio: Il tuo interessamento all’improvvisazione è (ed è stato) un fattore rilevante in ogni tuo progetto. Apriresti una parentesi sulle tue esperienze passate ( Zic, Dura Figura, Ask The Dust, Fanfara)?


L’improvvisazione è stata parte rilevante di tutti i mie progetti precedenti, ma non di tutti.


Ho iniziato come bassista in un gruppo punk.


Contemporaneamente ho portato avanti i miei interessi verso forme e linguaggi con elementi predominanti di avanguardia e sperimentazione. Ho iniziato, poi, a studiare sax alla scuola del Testaccio a Roma. Con questo strumento ho partecipato a diversi workshop ed incontri di improvvisazione, con altri musicisti di area sperimentale (Tim Hodgkinson, Ken Hayder, Amy Denio…).


Dunque, ho suonato per alcuni anni in una formazione di rock ‘non convenzionale’, i Dura Figura, con cui ho percorso una strada diversa e più incentrata sulla composizione: sviluppare un proprio linguaggio cercando un distacco dal ‘vocabolario classico’ del rock, in favore di una più libera e personale costruzione dei pezzi. Parallelamente, ho avuto la possibilità di sperimentare molto con il quartetto di impro-radicale  Zic. Ero affascinato dalle possibilità timbrico-dinamiche del basso elettrico, sia mediante l’utilizzo di uno strumento ‘preparato’, che con l’applicazione di live proccessing elettroacustico. Con questo gruppo ho iniziato a fare uso di nastri con materiale pre-elaborato e ad utilizzare dispositivi elettroacustici autocostruiti. Ask The Dust è stato, invece, un collettivo aperto con l’intento di fondere la pittura, la musica e la gestualità in performance improvvisative, mentre Fanfara nasce da un laboratorio di libera improvvisazione svoltosi a Chianciano.


 


Marco: Piani ellittici e rivoluzioni possibili, derive dopo il nulla. Zu, Logoplasm, Memoria Zero ed Ossatura: Arg prima o poi cenerà con qualcuno di loro?


I progetti che mi citi (ma c’è ne sono molti altri) rientrano in una nuova vitalità che si respira a Roma. Cominciano a maturare diverse esperienze musicali, o di gruppo, interessanti…c’è del nuovo fermento e vi sono legami e stretti contatti tra i diversi artisti. Con alcuni di loro ho gia collaborato in molteplici contesti (sia improvvisativi, che in altri progetti, più o meno simili).


Con altri che so, è possibile ci sto pensando…


Attualmente insieme ad Elio Martusciello (già con Ossatura) e Roberto Fega (già  Dura Figura e cervello A Sonagli) sto lavorando nel trio di improvvisazione elettronica Taxonomy. Stiamo registrando e componendo del materiale dal vivo.


 


Sergio: Forse rientra nelle domande di ‘rito’: futuri progetti…cosa bolla in pentola?


Mi sto preparando per l’attività live in solo, sto contattando alcuni festival e spero di ricevere risposte positive. A fine febbraio (il 28) sarà presentato a Roma l’esordio dal vivo del trio Taxonomy. Di prossima pubblicazione una mia composizione su una compilation a cura di Margen Magazine (Spagan) e dei pezzi in formato mp3 su alcune web label. Sto lavorando anche a cose nuove in studio, ma per ora non mi sbilancio…sono all’inizio.


 


Cosa gira in questo momento sul tuo stereo con maggiore prepotenza, ma anche quali ascolti, visioni e letture consiglieresti ai lettori di Kathodik?


Domanda difficile questa…


Forse è più semplice per me dire cosa non gira!!!


Ascolto moltissime cose che dipendono dai periodo e dagli interessi momentanei (anche se diversi ascolti e passioni rimangono permanenti). Attualmente sto approfondendo l’elettroacustica/acusmatica storica, la musica contemporanea della prima metà del 900, il jazz ‘classico’ anni 50/60 e il folk inglese degli anni 70. In generale m’inteessano quei linguaggi che contengono elementi di ricerca e innovazione in tutte le forme artistiche. Apprezzo anche forme musicali più ‘classiche’, a patto che sia chiara ed onesta la direzione in cui si muovono i musicisti.


Ai lettori di Kathodik:


Letture? Forse la letterature dell’Oulipo?


Visioni? Forse i muti delle avanguardie storiche?


……….


 


Marco Carcasi  Sergio Eletto