Quartetto d’archi di Torino

Quattro Chiacchiere Digitali con il Quartetto d’archi di Torino

Di Marco Paolucci                    foto di Sonia Ponzo

uccio12@hotmail.com

20/10/2013: Dopo un’esperienza fisica e mentale “estrema” ma incredibilmente appagante, come l’ascolto del Secondo Quartetto d’Archi di Morton Feldman al Festival MITO Settembre Musica, a Torino nella Chiesa di Santa Pelagia, in quel di settembre (recensione qui), è nata l’idea di scambiare le consuete Quattro Chiacchiere Digitali con il Quartetto di Torino, autore dell’esecuzione “monstre” a cui lo scrivente ha assistito. Loro si sono mostrati subito disponibilissimi ed attraverso Manuel Zigante, violoncello del Quartetto, hanno iniziato a conversare “digitalmente” con Kathodik. A voi come sempre i risultati:

1.Potete darmi una breve presentazione del Quartetto di Torino, indicando le vostre origini e le vostre passioni musicali?

Siamo nati nel 1988, da allora ci siamo sempre appassionati a tutti i generi musicali, e la musica contemporanea è un polo di grande interesse.

2. Veniamo all’argomento dell’intervista: vi ho conosciuto cercando informazioni sul Secondo

Quartetto d’Archi di Morton Feldman; come mai avete deciso di cimentarvi in questo

titanico progetto?

L’idea è nata nel 1999 fa grazie al nostro amico compositore Giuseppe Gavazza; lui venne a trovarmi e mi regalò un cofanetto di cd: il II String Quartet di Morton Feldman eseguito dal quartetto Flux: sonorità bellissime, atmosfere suggestive, armonie godibilissime gusto timbrico Weberniano ecc… piccolo difetto: la durata: sei ore ininterrotte di esecuzione; Giuseppe voleva che iniziassimo a studiarlo per proporlo a Torino in un museo magari davanti ad una statua egizia. Dopo dieci anni una stagione di musica contemporanea a Bolzano ci propose l’esecuzione del Quartetto e dopo quella ne seguirono altre quattro: Olanda, Rivoli, Bologna e Torino; ora è la volta di Milano il 2 dicembre per l’Autunno Americano a Palazzo Reale Sala delle 8 colonne alle 18; venite, così capirete che spesso l’esperienza diretta è meglio di qualsiasi spiegazione. Ci vuole coraggio, ascoltare sei ore ininterrotte di musica non è facile.

3. Devo raccontare che preparandomi al vostro concerto, sia nella pianificazione del viaggio per arrivare a Torino da Macerata sia nel tentativo di avvicinamento allo stato mentale in cui predispormi per l’ascolto, avevo inteso tutta un’altra forma e, come dire, “procedura da concerto”. Quando sono arrivato e mi sono seduto ho iniziato a rendermi conto che in questa situazione le “convenzioni” da ascoltatore sarebbero state completamente stravolte: sono entrato in un flusso continuo di suoni e stati mentali, emotivi e fisici complessi, diversi rispetto alle mie precedenti esperienze di ascolto. In parte ho letto nella brochure della manifestazione le vostre riflessioni, ma approfondendole cosa significa eseguire, suonare, entrare nella filosofia del Secondo Quartetto d’Archi?

Significa viverlo; ricordo spesso la frase di un mio maestro, Milan Skampa (Smetana Quartet): lui cambiava idea musicale molto spesso e ogni volta, convincendoti, diceva che era la verità del momento. Nel caso del II String Quartet il discorso è analogo, affrontare quest’opera vuol dire essere completamente disponibili e convinti della veridicità e del valore dell’opera e del momento in cui la suoni; Feldman diceva che il giusto approccio era quello di un quartetto che deve suonare la Morte e la fanciulla di Schubert, solo cosi puoi affrontare un tale colosso: buttandoti dentro l’avventura con fede e convinzione.

4. Il concerto convenzionalmente dura circa sei ore, voi in questa esecuzione siete arrivati a

cinque ore e mezza. Secondo me però virtualmente questo brano potrebbe andare avanti all’infinito, ricreando il ciclo continuo della nascita e della morte, come una sorta di “mantra sul pentagramma”. Che ne pensate, condividete con me questa impressione?

Assolutamente sì più che un mantra lo definirei un mandala: finito il lavoro i monaci Zen soffiano sull’opera di sabbia colorata che svanisce così come i suoni del quartetto svaniscono nei rumori della nostre città e della nostra vita abituale, ma qualche cosa rimane nella memoria: un mantra di suoni che per qualche giorno abitano nella nostra memoria e ci cullano con nostalgia.

Riguardo al cronometraggio del tempo di esecuzione sulla partitura è scritto dalle 3,30 ore a 6 ore a seconda della ripetizione di ritornelli; il Kronos eseguì la versione ridotta di tre ore e mezzo. Per favore non chieda il rimborso del biglietto se non abbiamo suonato esattamente sei ore…

5. Ho trovato interessante il fatto che avete riproposto quest’anno il brano sia al Festival Angelica, sia al MITO; cosa ne pensate di questa richiesta di farvi eseguire proprio questo brano?

Non ci prepariamo ad un concerto ma a qualcosa di unico, ed è per questo che vogliamo proporlo. Anche per noi ogni volta è un esperienza nuova la noia non è mai arrivata fino ad ora, il dolore fisico sì specialmente per i miei colleghi che devono tenere sulla spalla il loro strumento… A volte l’esecuzione sembra brevissima, a volte lunghissima, si perde la cognizione del tempo come in una meditazione.

6. Ricollegandoci alla seconda domanda, oltre Feldman chi amate eseguire?

Suoniamo di tutto, dai classici che adoriamo alla contemporanea, dal jazz al barocco; nel periodo di formazione del Quartetto abbiamo avuto la fortuna di studiare con grandi maestri come Piero Farulli, Milan Skampa, Norbert Braining, Valentin Berlinsky, Gyorgy Kurtag e il loro messaggio di amore e curiosità per tutti i generi musicali è passato direttamente nelle nostre vene come un virus incurabile.

7. Per la serie progetti futuri: avete in mente altre esecuzioni di brani “estremi”?

No niente di estremo anche se il nostro sogno sarebbe quello di eseguire il II string Quartet in una notte nel Nord Europa, magari lunga sei ore davanti ad un evento straordinario come un aurora boreale oppure in un convento Tibetano..

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