Matthieu Saladin ‘Intervalles’

(l’innomable 2007)

Di certo non si può accusare la
slovena l’innomable (che nome magnifico) di puntare sui soliti
sospetti, e, cosa ancora più importante, sui soliti suoni.
Membro del trio Plateforms, assieme
a Stéphan
Rives e Hervé
Boghossian,
Saladin è decisamente uno dei nomi nuovi da
cui è lecito attendersi buone cose nell’immediato futuro. Già
in questo disco, comunque i risultati sono notevoli ed originali.
Materiale frutto d’improvvisazioni al clarinetto contrabbasso e sax
soprano, ri-processato e trasfigurato con cura certosina tramite
computer. Inutile aspettarsi impro radicale e fisicamente abrasiva,
sbuffi, strozzamenti e singulti, in questo cd non ve n’è
traccia. A dispetto della strumentazione usata siamo più dalle
parti di certa elettronica d’impronta ambient-minimalista, carica di senso
dell’attesa, onirica e sfuggente. Ogni brano è come un
organismo acustico, costituito da piccoli clusters di cellule,
apparentemente indipendenti, disposti su diversi strati trasparenti e
permeabili, che interagendo tra di loro, assemblano delle strutture
abbastanza sofisticate. Nessun eccesso però, quello che
caratterizza ogni brano è un profondo senso di calma, pazienza
e rispetto dei suoni, che si sviluppano con indolenza, seguendo percorsi
iterativi e lentamente cangianti. L’effetto è simile
all’osservare delle figure che si dispiegano lontane, lasciando che
l’occhio sfochi le forme e i colori, rendendo ogni cosa indistinta e
misteriosamente vaga. Notevole la differenza tra i vari brani,
multiformi e fragili artefatti architetturali, worlds within
worlds
, che generano
sospensione ed incanto dei sensi.

Voto: 8

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