Jason Kahn ‘Fields’

(Cut 2007)

Austerità. È questa la
prima parola che mi viene in mente pensando a Jason Kahn e alla sua
label Cut, che grazia ogni uscita con questi artwork minimali e
di una bellezza formale algida quasi perfetta.
Realizzati dallo stesso Jason, tra le altre cose ex tipografo, spesso sembra
di osservare l’istantanea dell’elaborazione di un qualche algoritmo
complicatissimo, ma semplicissimo nei suoi patterns, che scorre
fluido ed imperturbabile: input-output, margine d’errore zero (ma crash possibile). Tutto
amabilmente confezionato con colori splendidi, e materiale cartonato
robusto e resistente. Packaging che solitamente ben rappresenta la
musica del musicista americano, ma trapiantato in svizzera, persa
dietro ad un’idea di astrazione e parcellizzazione del suono,
minimalismo quasi zen, “the great into small”. Dalla quasi
stasi splendente e liquida di “Miramar” e “Sihl”,
agli incastri vagamente industrial dei Repeat, alla fisicità
dei metalli di “Drums and Metals”, passando al lavorio in background di quel disco
bellissimo che è stato il recente “Breathings” con
Gabriel Paiuk. “Fields”, come da titolo, utilizza
campionamenti effettuati in varie locations (Croazia, Libano,
Egitto,…), accostate ai soliti mezzi espressivi di Kahn,
ovvero percussioni, radio ad onde corte, sintetizzatore
analogico. Dire che i field recordings sono accostati al resto, è
abbastanza sbagliato, sarebbe meglio dire incorporati o assorbiti,
dato che sono affatto ovvi o immediatamente identificabili. Sette
composizioni, abbastanza brevi, che esplorano il lato più
grezzo e massimalista di Kahn: direi meno forme geometriche
elementari e maggiore texture. Suoni quindi più sporchi, anche
dissonanti ed aggressivi, e molto stratificati. Quello che sembra il
passaggio di un treno allungato all’inverosimile caratterizza la
prima traccia, con le percussioni come affogate in flussi d’energia
elettrostatica che tutto spazzano via. Molto d’impatto, quasi
violenta, ascoltata in cuffia sembra scavare tra i neuroni per
puntare dritta al cervello. Andando avanti nel cd, si nota come ogni
composizione rappresenti un qualcosa assolutamente a se stante, un
blocco di suono autosufficiente che poco dipende dal resto. Forse
deriva dalla brevità di ogni traccia, ma è come se
ognuna esplorasse una singola idea/ sensazione con pochi sviluppi e
variazioni, ma esposta e sviscerata con insistenza. Non è un
fatto negativo, da forse un senso di frammentarietà e di
incompiutezza, ma anche l’idea di un qualcosa di molto materiale,
tattile, come se ogni brano fosse un singolo oggetto di cui toccare
ed esplorare la superficie e le parti costituenti. È una
sensazione che emerge soprattutto ad ascolti successivi, in cui si
ha come la voglia e la curiosità di tornare ad esaminare
meglio e più da vicino un determinato dettaglio, sia esso il
pulsare aritmico e i campionamenti non risolti della terza traccia
(sarà la mia impressione, ma capto da qualche parte come l’eco
di una melodia orientaleggiante), la fissità ritmica del quarto
brano, le interferenze inquiete e i sottili deragliamenti della sesta traccia, o gli scintillii metallici controllati a vista dal rombare
misterioso che li sovrasta dell’ultima composizione.

Voto: 7

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