Terje Nordgarden ‘Terje Nordgarden’

(Stoutmusic/Audioglobe 2003)

Non so esattamente cos’è che non funzioni nel disco di Nordgarden (e dire che nella congiuntura in cui mi trovo a scrivere si affollano scorpacciate di folk in tutte le salse e di tutte le epoche). Forse è proprio una certa insita stanchezza nella proposta iconografica del musicista norvegese: una indistinta noia da overdose di storie che si ripetono tutte uguali, di stereotipi da cantastorie girovaghi dall’immagine un tantino usurata, di artigiani delle sei corde che mirano tutti a farsi portavoce di un’intimità in definitiva troppo incommensurabile per divenire davvero universale. Tutto sommato il disco parte bene con l’ottima Winter Mourning – avete presente quei singoli che vi promettono ciò che poi gli album non mantengono? – tra un Donovan versione desolata e malinconica e un Bob Dylan attualizzato ma già il doppio gioco verbale tra ‘lamento’ e ‘mattino’ del titolo anticipa le uniche e sole direttive che ritroverete in tutti i brani del disco: inafferrabili momenti di torpore esistenziale che fanno da sfondo a un songwriting che non brilla né per originalità né per profondità emozionale. Nonostante l’indubbia sincerità espressiva dell’autore (l’approccio naive di Nothing Comes That Easy la testimonia ampiamente) purtroppo non basta un piccolo brano tributo come Song For Drake per istituire collegamenti stilistici con il prematuramente scomparso genio di Tanworth-in-Arden. Né il guardare smaccatamente verso Jeff Buckley (la sola 2nd Flight è al limite dell’imbarazzante in fatto di rimandi) aiuta di certo il nostro verso l’acquisizione di una spiccata fisionomia personale. Sarebbe oltremodo ridondante descrivere minuziosamente i brani: l’omonimo album del trapiantato in Italia in questione offre circa sessanta minuti di tutto quanto avete già sentito in termini di cantautorato folk-rock.
Dedicato a chi crede che i ripassini di tanto in tanto non guastino.

Voto: 5

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