IXEM meet Superfici Sonore

25 – 27 Giugno: la nuova musica elettro-elettronica italiana ha invaso gli spazi dell’Ateneo fiorentino di Architettura cercando di tracciare le prospettive di – e i percorsi per – una sua ulteriore crescita (con contributi del comitato promotore della rassegna e di alcuni ixemiani).


 



 


 


 


di Etero Genio no ©



“Se con la parola elettronica c’eravamo abituati a pensare ad un sistema matematico ed inumano che si sarebbe sviluppato all’infinito, allora credo che siamo passati dalla musica elettronica a quella elettro-elettronica, dove l’elettricità come campo di forza ed energia (presente anche nel nostro corpo e nella nostra mente) riacquista la sua centralità. Una musica elettro-elettronica usa i suoi strumenti come un bambino usa i suoi giocattoli… per costruire il mondo con l’energia del suo corpo e della sua fantasia.” (Elio Martusciello)



Credo sia inutile tracciare la storia di Superfici Sonore e IXEM o spiegare come si è arrivati alla terza edizione della rassegna, coloro che non hanno seguito tali vicende possono ricorrere al sito www.ixem.it dove troveranno informazioni in gran quantità. Conviene fare tabula rasa di tutto quanto e ripartire da zero suddividendo però le riflessioni in quattro argomenti, o meglio sezioni, che ho identificato in: 1. Superfici Sonore, 2. IXEM, 3. stato della musica elettro-elettronica italiana, 4. i concerti.  



Superfici Sonore
La rassegna fiorentina si è distinta, fin dalla prima edizione, per alcune caratteristiche specifiche che la qualificano come laboratorio e punto d’incontro e interazione fra musicisti, anche di provenienza diversa, impegnati nel fronte della sperimentazione elettro-elettronica. Nell’arco di tre edizioni ha consolidato la propria esistenza ma, per garantirne la sopravvivenza e lo sviluppo, a questo punto mi sembra necessario un salto di qualità che, in una parola, vuol dire denaro. Non so se, per un tipo di manifestazione come Superfici Sonore, la strada è percorribile ma, se lo è, penso sia giunto il momento di chiedere ulteriori finanziamenti che, alla luce delle tre edizioni trascorse, non sono impossibili da ottenere. Serve anche uno spazio più adeguato oppure, se proprio non è dato di ottenerlo o se è indispensabile restare all’interno dell’Ateneo, è il caso di prendere in considerazione l’idea di spostare la rassegna in un periodo dell’anno in cui non imperversa la canicola. Serve anche un maggiore impegno organizzativo, sia tecnico che promozionale, da perseguire anche aprendosi a contributi esterni, chiamando ad esempio un musicista a collaborare all’impostazione della rassegna, quello che il primo anno aveva fatto Ielasi, e cercando di dare una logica alle varie edizioni puntando anche su quei musicisti di grande livello che, per motivi di marketing, sono solitamente esclusi dai grandi festival o scommettendo sulle nuove leve. Tutto questo deve naturalmente avvenire senza che la cosa sfugga di mano al collettivo promotore, il quale deve conservare il completo controllo sulla manifestazione senza che ne venga compromessa l’indipendenza. La particolare occasione creatasi con la nascita di IXEM ha determinato, giustamente, l’indirizzo di questa edizione, ma Superfici Sonore non deve assolutamente diventare una rassegna della musica elettro-elettronica italiana bensì conservare l’aspetto che aveva caratterizzato la prima edizione, essere cioè un punto di incontro e di sperimentazione fra musicisti di provenienza geografica diversa. Cedere alla tentazione del festival italiano danneggerebbe, più che Superfici Sonore, gli stessi musicisti italiani. La rassegna può, vista la sua impostazione, diventare invece un punto di riferimento per chi intende affidarsi a principi etici e organizzativi di tipo diverso da quelli che contrassegnano una buona parte delle altre manifestazioni, e può farlo anche prendendo contatti e facendo opera di interscambio con manifestazioni simili che sicuramente esistono in altri paesi. Il giudizio dato in occasione della prima edizione, “…una manifestazione perfettamente riuscita il cui spirito da laboratorio in progress ha fatto rivivere le storiche rassegne organizzate alla fine degli anni ’70 dal C.R.I.M. di Pisa”, si dimostra oggi niente affatto azzardato e viene pienamente confermato, con la speranza che Superfici Sonore possa consolidarsi fino a rappresentare un faro per eventuali volenterosi interessati all’organizzazione di altre rassegne dai connotati realmente indipendenti.



IXEM (Italian eXperimental Electronic Music)
IXEM, associazione nata intorno a un problema concreto e all’entusiasmo che la forte risposta a quel problema ha determinato, deve adesso risolvere la questione prioritaria dell’identità, pena la sua stessa sopravvivenza. Questo, almeno per quanto ho recepito, è l’elemento chiave emerso dagli incontri che ci sono stati in concomitanza con i tre giorni della rassegna. Tale identità non deve significare che IXEM è un blocco monolitico ma rappresentare una specie di contenitore in grado di raccogliere esigenze e impostazioni dissimili, al cui interno individuare le modalità per dare spazio, e permettere la convivenza, a tutti coloro che vedono nell’associazione un punto di riferimento. La semplificazione di IXEM a blocco monolitico snaturerebbe infatti quella che, stando alle parole dei protagonisti, è la sua caratteristica più stimolante. La scommessa è estremamente impegnativa e, forse proprio per questo, merita di essere fatta e affrontata con tutto l’impegno possibile. Gli elementi che rendono più problematica la vita dell’associazione sono da individuare nelle differenti impostazioni stilistiche, nella pluralità di pensiero con cui viene intesa l’attività del musicista e in una dislocazione geografica che copre tutta la penisola. Le associazioni musicali post-sindacaliste alle quali fare riferimento – cioè quelle nate nella seconda metà del secolo scorso – sono caratterizzate da una forte similitudine stilistica dei componenti e da una presenza territoriale spesso limitata ad una sola città. Non sto parlando di quelle associazioni che sono state semplicemente una label, del tipo FMP, o lo strumento nelle mani di un padre padrone, vedi l’associazionismo che ruotava intorno alla figura di Sun Ra, la Experimental Intermedia di Phil Niblok e la JCOA della coppia Mantler / Bley. Parlo invece di forme collegiali che si sono occupate di vari aspetti dell’iter creativo – formazione, produzione, promozione, distribuzione… – come il BAG (St. Louis), la AACM (Chicago), la ICP (Amsterdam) e il LMC (Londra). Le forme organizzative, nel mondo complesso che è l’associazionismo musicale odierno, hanno però assunto aspetti estremamente dissimili. Recentemente, per esempio, mi è capitato di guardare nel sito della Frog Peak Music notando che raccoglie musicisti di provenienze – sia stilistiche che geografiche – estremamente disparate. Però la Frog Peak Music si limita soprattutto a svolgere attività espositive e promozionali. Credo non esistano associazioni che si propongono un insieme di obiettivi quali quelli messi sulla bilancia da IXEM, che vanno cioè da istanze di tipo sindacale alla collaborazione musicale, dallo scambio di esperienze alla vetrina che rende visibile il lavoro degli associati. L’impegno è enorme, considerando anche che all’interno di IXEM ci sono elementi che cozzano fra loro. Il problema dell’identità può forse essere risolto attraverso una organizzazione che al suo interno sia ramificata in più filoni – o settori – interessati ai diversi aspetti (più o meno materiali) che contraddistinguono l’iter creativo. Questa soluzione, delineatasi durante gli incontri dell’ultimo giorno, deve però essere sottomessa all’individuazione di alcuni principi che fungano da collante, altrimenti c’è il rischio di creare tante piccole associazioni racchiuse dentro ad un contenitore di per se vuoto, con l’unico risultato finale di produrre solo cocci perché le differenze fra i componenti di IXEM esistono e non sono solo a livello di carattere. C’è differenza fra l’immobilismo di Andrea Marutti e la danza alla Muhammad Ali di (etre), che non sono solo due modi diversi di presentarsi al pubblico ma riflettono anche due modi distinti di fare musica. C’è differenza fra la formazione di Sciajno e Garau e quella di buona parte degli altri. C’è differenza fra il background dei Logoplasm, quello di Rinaldi e quello di Rocchetti. C’è differenza fra la musica fortemente ritmata dei Talk Show Host e la fissità del duo RCF / Andrea Belfi. C’è differenza fra l’assenza dalla scena di Lucio Garau e la presenza, anche pressante, di Renato Rinaldi e Valerio Tricoli. Soprattutto c’è differenza fra gli stilemi espressivi scelti dai vari componenti, che solo a tratti possono anche convivere, e che si trascinano dietro anche eterogenee concezioni interpretative. Quindi se, come più volte osservato da tutti, questa non uniformità è la caratteristica, e la forza, di IXEM, è fondamentale creare una struttura in grado di raccogliere e dare spazio alle diverse componenti che danno vigore all’insieme. Chiaramente anche le singole componenti devono fare la loro parte, dare qualcosa alla struttura e non intendere questa come uno sportello dal quale fare un prelievo ogni volta che serve. I componenti di IXEM devono quindi stabilire quali sono i loro interessi e gli obiettivi che si prefiggono e a partire da ciò darsi questa benedetta struttura, la quale deve basarsi su alcune questioni di principio comuni, come quella che riguarda il trattamento economico, riconosciute valide dagli associati; questi ultimi, più che uniformarsi a essi, dovrebbero impegnarsi per promuovere l’affermazione di tali principi. Quelli descritti mi sembrano i nodi principali emersi durante gli incontri della tre giorni fiorentina, con aggiunta qualche mia modesta riflessione, e dalla loro risoluzione dipende la continuazione e lo sviluppo di una delle più importanti esperienze collettive che la comunità musicale italiana (ma non solo) ha vissuto negli ultimi anni.
 
stato della musica elettro-elettronica italiana
La creazione di IXEM è un avvenimento fondamentale nello sviluppo della musica elettro-elettronica italiana, pur essendo chiaro che IXEM non è la musica elettro-elettronica italiana, della quale, visti gli svariati stili ascoltati a Firenze, rappresenta comunque uno spaccato piuttosto significativo.
Mi sembra giusto puntualizzare che, mancando alcuni componenti del collettivo, neppure Superfici Sonore è stata IXEM, bensì una vetrina parziale di una realtà che rappresenta in modo parziale quello che è il panorama nazionale. Eppure, pur nella sua incompletezza, e con l’aiuto di altri elementi che si possono scorgere in giro, la rassegna è stata indicativa al fine di esprimere un giudizio complessivo che non può essere altro che positivo. È trascorso poco più di un anno da quando in un mio articolo (per chi non l’ha letto è su sinewaves, … scusate ma un po’ di pubblicità fa sempre bene) descrivevo la musica elettro-elettronica italiana come una fra le più interessanti, vivaci e varie dell’intero pianeta. Il tempo sembra darmi ragione e frattanto si sono aggiunti nuovi indizi suggestivi per dare adito a speranze ancora più rosee: la nascita di nuove etichette (Quantize, Mr. Mutt, Bowindo…), la crescita di quelle già presenti (S’agita) o la loro definitiva affermazione (Fringes), la maturazione di molti musicisti e l’apparizione di nuove interessanti realtà (dll, fhievel, ARG, (etre), Pierpaolo Leo, Laborintus, Urkuma, Claudio Rocchetti, Talk Show Host, Mou lips…), l’infiltrazione graduale ma inarrestabile dei musicisti italiani nei cataloghi internazionali, l’aumento delle date all’estero (ricordo che nel frattempo c’è stato l’evento parigino del Batofar, tutto dedicato alla musica italiana e ottima vetrina per essa), l’aumento delle collaborazioni con musicisti non italiani e la stessa apparizione di IXEM. Superfici Sonore ha inoltre dimostrato che c’è qualcos’altro, definibile come una crescita culturale che si è espressa non solo nella capacità di discutere e lavorare insieme, ma anche in collaborazioni estemporanee che avrei pensato irrealizzabili e nelle quali i musicisti hanno rivelato quella duttilità e quella sagacia indispensabili per calarsi in situazioni solitamente a loro estranee. Questo mi sembra essere un segno di grande maturità e denota anche una certa curiosità, che poi è l’elemento che fa muovere il mondo. Voglio citare come sintomatici il trio fra (etre), Fhievel e Domenico Sciajno, l’ensemble Talk Show Host – Laborintus – Olla – BJM e l’ancor più estemporaneo sestetto Andrea Marutti – Fhievel – Luca Sigurtà – Giuseppe Ielasi – Logoplasm. Non tutte queste collaborazioni hanno prodotto risultati da riportare negli annali della musica (o meglio, nessuna di esse ha raggiunto simili risultati) ma l’importante è che ci sono state, indipendentemente dalla loro riuscita. Si tratta di un sistema di lavoro – confrontarsi, capirsi, apprendere – che può portare molto lontano. Bisogna essere ciechi per non accorgersi di questo fenomeno in continua crescita (ma forse il problema è che in giro, oltre ai ciechi, ci sono anche i sordomuti).



i concerti  
Arrivo finalmente alla realtà della rassegna che probabilmente interessa di più al lettore, cioè a quella rappresentata dai concerti. Voglio darvi subito una piccola delusione dicendo che non parlerò di tutti i concerti ma solo di quelli che mi hanno colpito maggiormente, naturalmente spiegandone i motivi e senza voler sminuire tutto il resto. Aggiungo a tale scopo la scaletta completa delle tre giornate fiorentine – nelle quali sono state cercate con particolare perseveranza le risposte al rapporto fra suono e immagine, fra suono e spazio e, perché no, fra suono e suono – in modo da dare un’idea, a quanti non c’erano, di quello che è successo. La rassegna era suddivisa in A-Team (le improvvisazioni estemporanee del pomeriggio) e Live Sets (i concerti della sera), ma nel corpo delle esibizioni pomeridiane hanno trovato posto anche alcune realtà consolidate che non era stato possibile inserire nella programmazione serale (BJM, Mauro Orselli / Ada Catanzaro, Mylicon / EN).



Mercoledì pomeriggio:
. Kilroy + (etre)
. Mauro Orselli + Ada Catanzaro
. Laborintus (Claudio Sichel + Monica Nisticò)
. Valerio Tricoli + Giuseppe Ielasi + Claudio Rocchetti + Renato Rinaldi + Domenico Sciajno +      Andrea Belfi



Meroledì sera:
. Talk Show Host (Daniele Cortese + Enrico Bolzan + Stefano Zatti)
. Andrea Marutti
. Logoplasm (Paolo Ippoliti + Laura Lovreglio)
. S. Talker Inc (Franz + Landa + Yuri)



Giovedì pomeriggio:
. BJM (Mario Bajardi)
. Andrea Marutti + Talk Show Host + Kilroy
. Logoplasm – Claudio Rocchetti – Valerio Tricoli
. Talk Show Host – Laborintus – Alessandro Olla – BJM
. Renato Rinaldi – Andrea Belfi – Rcf – Mauro Orselli



Giovedì sera:
. Pierpaolo Leo
. Luca Sigurtà + Fhievel (Luca Bergero)
. Domenico Sciajno + Giuseppe Ielasi + Gabriella Cerritelli
. Brain Tej (Lucio Garau + Marina Faggioli)



Venerdì pomeriggio:
. Mylicon / EN (Daniela Cattivelli + Lino Greco)
. (etre) + Fhievel + Domenico Sciajno
. Der Einzige (HUE)
. Elio Martusciello + ARG (Graziano Lella)
. Andrea Marutti + Fhievel + Luca Sigurtà + Giuseppe Ielasi + Logoplasm


Venerdì sera:
. Punck
. Andrea Belfi + Rcf
. Valerio Tricoli + Claudio Rocchetti + Renato Rinaldi + Andrea Belfi + Stefano Pilia + Rcf
. (etre)


A questo punto direi di passare ai concerti, andando in ordine di apparizione tranne che per l’unica eccezione finale. Nel pomeriggio di Mercoledì Mauro Orselli e la ballerina Ada Catanzaro hanno dato vita ad una vibrante performance fatta con poche cose essenziali, un microfono, una spazzola elettrica, un walkman con nastro magnetico, un proiettore per diapositive, e nel cui contesto mi ha colpito soprattutto il contrasto fra l’unica fonte di luce, le diapositive proiettate su uno schermo, e l’oscurità che celava, o riduceva allo stato di ombre, il musicista e la stessa ballerina.
Il duo Laborintus si è poi distinto dagli altri con un set spiritoso, fatto di blip da sala per videogiochi, cinguettii da voliera elettro-meccanica, jazzismi primitivi e atmosfere circensi. Una sorpresa veramente inattesa.
I concerti serali sono stati aperti dalla performance audio-visiva dei Talk Show Host, che non mi ha pienamente convinto per l’eccessiva magniloquenza di alcuni passaggi – qualcuno dei presenti  ha citato il progressive degli anni Settanta – e per strutture ritmiche troppo definite. Ma si tratta di un genere che mi risulta un po’ ostico e quindi il mio giudizio è solo parzialmente attendibile. Li cito comunque fra le cose più interessanti perché le loro capacità sono indiscutibili, soprattutto considerando la giovane età (il più piccolo naviga intorno ai diciassette). I Talk Show Host rappresentano il cambiamento che sta avvenendo nella musica elettro-elettronica, un cambiamento che porta in direzione di una (pop)olarizzazione sempre più consistente, da non intendere nel senso di melodie o arrangiamenti pop, ma in un utilizzo del mezzo elettronico sempre più diffuso al di fuori degli ambiti accademici.
La serata ha pure confermato la consistenza del duo romano Logoplasm, la cui vicenda appare significativa per capire ciò che dobbiamo intendere per musica elettro-elettronica. Provengono infatti da un background industrial, ben avvertibile nel loro suono, che riescono però a sviluppare positivamente in avanti, e anche la scelta di inserire nel loro set una cover dei My Bloody Valentine è indicativa di come questi giovani musicisti riescano a fare tesoro di quanto succede nelle zone a loro limitrofe. Da citare, a loro ulteriore vantaggio, anche il fatto di aver portato a termine un’ottima esibizione a dispetto dei guai tecnici che si adoperavano per comprometterla, e ritengo che anche questo denoti una grande capacità improvvisativa. Cosa chiedere di più a due ragazzi che uno immaginerebbe come inguaribili isolazionisti e che invece, nei giorni seguenti, si sono saputi inserire anche in alcune seducenti collaborazioni?
Il giovedì sera ha portato con se le ottime performance delle coppie Sciajno / Ielasi e Fhievel / Sigurtà. La vicenda dei due Luca è strettamente legata alla nascita di IXEM, i due abitano infatti a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro, ma prima della formazione del collettivo non si conoscevano affatto. Luca & Luca – mentre sul grande schermo si inseguivano le immagini di Manuele Cecconello – hanno dato vita ad un flusso sonoro che unificava i loro moods espressivi definibili come espressionista (quello di Sigurtà) e impressionista (quello di Fhievel). La loro performance ha saputo catturare l’attenzione attraverso una musica onirica e ipnotica, dotata di una scorrevolezza armonica che mi ha ricordato il Buddha bifrontre di Bernhard Günter.
L’altra coppia, quella formata da Domenico Sciajno e Giuseppe Ielasi, ha dimostrato, attraverso una splendida improvvisazione, di avere raggiunto la maturità espressiva, la precisione e la verve della loro esibizione può essere prerogativa solo di coloro che si conoscono ormai abbastanza bene ma non troppo da subire l’azione debilitante della noia e del mestiere. La loro musica è stata accompagnata dalla discussa esibizione – eccelsa per alcuni e fastidiosa per altri – della ballerina Gabriella Cerritelli (non mi pronuncio a questo proposito se non per osservare che le due parti, valide singolarmente, forse non si accoppiavano alla perfezione).
Il venerdì pomeriggio ha offerto alcuni dei momenti più interessanti di tutta la rassegna. Il duo Daniela Cattivelli / Lino Greco ha saputo interpretare alla perfezione il rapporto fra suono, immagine e improvvisazione, in un set che da una parte mi ha ricordato il lavoro di Metamkine e dall’altra quello di Kaffe Matthews, così sospeso fra uso di campioni e live electronics. Mi ha spiegato Daniela che il progetto è ancora in fase di gestazione, e io la sprono a tenere duro perché le premesse lasciano già intravedere qualcosa di veramente speciale.
L’emozionante duo Martusciello / ARG è da ricordare anche perché Elio, nonostante i molti problemi che lo assillano in questi giorni, ha voluto essere presente alla giornata finale portando il suo contributo umano e di musicista, deliziandoci con la sua musica e con la sua incontenibile simpatia. Voglio permettermi di fare un inciso, certo di interpretare il pensiero di tutti coloro che erano presenti, per esprimere i più sinceri ringraziamenti a Elio. Cos’altro dire, se non che il taciturno Graziano Lella non è stato da meno.
Il gruppone che chiudeva la scaletta dell’ultimo pomeriggio ha dato davvero una lezione di stile; la sua formazione era, all’apparenza, un melting-pot dai colori inconciliabili, e invece il miracolo è avvenuto grazie al fatto che ognuno ha saputo rinunciare per un attimo a un po’ di se stesso. Il risultato di tanta generosità è stato un affascinante brano dalle atmosfere tendenzialmente psichedeliche che ha lasciato l’amaro in bocca per la fine di questi laboratori sonori dei quali, al momento, non è certo facile immaginare un capitolo successivo.
Passando alla serata finale citerei l’ensemble guidato da Tricoli, Rinaldi e Rocchetti, esibitosi in un crescendo di enorme potenza che ha interpretato, forse nel modo migliore possibile, lo spirito della manifestazione con un’installazione posta al centro della sala, costituita da una grande rete da letto sospesa al soffitto sotto la quale si trovava il quadrilatero della strumentazione: harmonium, lettore CD, giradischi e altro. La rete è stata sollecitata con magneti e archetti, ottenendo un effetto simile a quello dei classici strumenti a corde lunghe usati da Panhuysen.
Per ultimo ho lasciato il brano che più mi ha commosso, sia per la sua bellezza che per il pathos che ha saputo esprimere, cioè quello del duo Andrea Belfi / Rcf. Utilizzando una strumentazione veramente minimale – il synth di Rcf e un piatto suonato con l’archetto da Belfi, il quale con un secondo synth filtrava tutti i suoni – il duo si è prodotto in una serie di fantastici giochi timbrici e di volume, all’apparenza immobili, incredibilmente coinvolgenti ed emozionanti. L’anno scorso avevo messo il disco di Belfi in testa alla lista dei miei preferiti e questa performance soddisfa pienamente quella scelta. Come dire che, se tornassi indietro, lo rifarei.
Le improvvisazioni del pomeriggio, più o meno riuscite che fossero, vanno comunque ricordate nel loro insieme per il loro carattere di unicità e per presentare quasi sempre qualche momento particolarmente interessante. Per finire è d’obbligo citare l’installazione sonora, che tutti si sono divertiti a manipolare producendo dei dleng da enorme scacciapensieri, approntata dai ragazzi del collettivo promotore. Last (questa volta per davvero) but not least c’è da citare il lavoro effettuato con le cineprese da Barbara Sansone e Fabio Selvafiorita, i due non si sono esibiti ma hanno dedicato tutto il loro tempo a questa faticosissima impresa.



(Grazie a Valeria e Matteo per la splendida ospitalità e a Jacopo per le birre che, seppure in ritardo, sono sempre arrivate)