Sei Miguel ‘Ra Clock’

(Headlights/Fringes 2002)

Del Portogallo, dei suoi musicisti, della tipica architettura che detta le regole sul frangente ‘sperimentazione’ si è parlato e si continua a dibattere in questa sede. A volte con entusiasmo, dettato dalla crescente nascita di strutture divulgatrici (come l’etichetta di cui è direttore artistico il performer Paulo Raposo: la‘Sirr-ecords’), a volte sorpresi dalla prolificità mostrata dagli stessi artisti con getti rapidi discografici, quasi mai sotto la media. Volendo ricordare qualche nome potremmo tirare in ballo, a parte i più prestigiosi, a riguardo di fama, come Rafael Toral e formazioni come gli Osso
Exotico, le incursioni malinconiche di Manuel Mota, la teatralità minimale di David Maranha, la ri-strutturazione in forma accademica di Ernesto Rodrigues ed infine il gioco d’incastri tra jazz e ambiente esterno del trombettista Sei Miguel, l’artista su cui allargheremo l’obbiettivo ora.
“Ra Clock”, sempre stampato per la ‘Headlights’, sgattaiola dopo circa un anno e mezzo da “Still Alive In Barrio Alto”, unico set improvvisativo in cui ergeva una via riconducibile verso il Miles visionario, ascetico (bene inteso, l’elettricità emessa prima di spirare si tiene alla larga) con incudini di stop and go fra silenzio e rumore circostante. Anche se ama presentarsi in modo felino (come il look adoperato all’epoca dall’ensemble), Miguel in quella circostanza cadeva in intoppi, la registrazione poco soddisfacente e la linea di crescita del suono si limitavano a sfiorare il politically correct, non mantenendo un equilibrio sull’obliquità presente in altri lavori di libera espressione.
Sciamando dal passato al presente non notiamo nessun cambiamento per quanto concerne le collaborazioni, ossia: Cèsar Burrago, Monsier Trinitè, Paulinho Russolo, Fala Mariam, Margarida Garcia e Mota che interagiscono, ad eccezione della title track, a turno con la cornetta di Sei. The Metal Flower è il primo spizzico in compagnia degli urban gong di Burrago. Qui i ruoli inscenano parti differenti, o meglio il gorgoglìo frastagliato del fiato si contrappone alla continua presenza, benché taciturna ed ovattata, delle percussioni. Si crea un dialogo in cui la matrice nera corteggia sia la modernità del jazz, quando la tradizione, sconfinata nei tribalismi permeati dalla ritmica della madre Africa. Preme segnalare le diverse forme (concezioni?) di tromba usufruite da Sei, noon
and evening trumpet
, solo che le scarse note del libretto poco chiariscono su eventuali modifiche apportate agli strumenti. La composizione successiva, Asterion, modula la sua struttura in un interscambio tra la scarnezza della ritmica, dove la tromba segue le gesta emettendo soffi stirati e minimali, con il costante amalgama uditivo, concesso dall’entrata in campo
del Hammond di Russolo. Si crea una situazione, in cui anche i maggiori scorci di ruvidezza espressiva, vengono sempre attutiti da qualcosa che ne moderi l’intenzione, appiattendo non poco, una svolta aggressiva, che stenta sempre ad intravedersi all’orizzonte. Mi preme seganalare Isobel, 33 secondi di Miguel al solo piano in tenuta intimistica, dove
si odono voci, borbottii sottostanti, che manifestano il loro apporto a questo breve sketch (lo fi colto). Ra Clock, la composizione più lunga, è suddivisa in 9 parti, di cui ci preme segnalare la prima, -Soul Journey To Planet Earth-, con la tromba che squarcia le note, elegantemente, in un clima dai toni cameristici, decisamente nebulosi. Conquistata una
piattaforma in più, Miguel dovebbe, da qui a venire, concentrarsi con più tenacia verso una ricerca timbrica personale e slacciarsi da vecchi canoni jazzistici che gli impediscono di fluttuare nell’infinito, come altri suoi colleghi; cito a caso: Radu Malfatti,Greg kelley e l’italiano Alessandro Bosetti.

Voto: 7

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