NON E’ VERO

Interdisciplinarità, apertura, orizzontalità, ludicità. Arte/non-arte, gruppo/non-gruppo,identità/anonimato. 

  


   Nel 1995, mi sono trovato a discutere, o meglio, a ridiscutere con alcuni amici a Roma il significato del nostro agire culturale. Si è pensato anche di fondare, per gioco, una sorta di setta, insomma un qualcosa, con un linguaggio “forte”, efficace ed operativo che, con domande/affermazioni-stimolo, incidesse sulla psicologia e sul comune “senso del quotidiano”.


   Dopo successivi passaggi dialettici è nato “Il Gioco del Senso e/o Non-senso”. Gioco inteso come gioco linguistico, per dirla alla Wittgenstein, serio ed ironico allo stesso tempo, ma pur sempre un gioco. Questa è stata la base operativa della nostra progettualità.


Ogni gioco ha le proprie regole.[1] Si è partiti così dall’attuazione dei più semplici principi democratici. Possiamo seguire – a mò di esempio chiarificatore – un testo sulla Mail Art di Vittore Baroni:


Comunicazione diretta, senza filtri o censure, funzionante nei due sensi.


Totale apertura (nessuna selezione dei partecipanti).


Orizzontalità (ovvero struttura anti-gerarchica e dialogo a livello paritario).


Non competitività (e assenza di fini di lucro).


Anti-dogmatismo (refrattarietà a regole e codici).


   In pratica le “anti-regole” del networking, ossia dell’intrecciare complesse reti di scambi. Ma ben presto ci si è resi conto dei grossi problemi derivanti dall’eccessiva apertura all’esterno. Problemi di sopravvivenza legati al mondo dell’arte,al mondo delle mode culturali, al rischio di creare solo pensiero e di cadere nella trappola del metalinguaggio. In sintesi, il problema del contesto di riferimento e delle sue possibili strumentalizzazioni.


   Chi dice che il contesto di riferimento debba essere solo e soltanto quello dell’arte ? Mi piacerebbe rispondere a questa domanda con le parole di Stewart Home, citando alcuni brani tratti da The Assault on Culture:


(…) la parola “arte” ha assunto il suo significato moderno nel diciottesimo secolo, allora ogni tradizione di opposizione all’arte deve essere fatta risalire a quel periodo – o a uno successivo.


   Nell’antica Grecia e nell’Europa medievale, la categoria “arte” serviva a definire un gran numero di discipline – molte delle quali sono state successivamente ridotte ad “artigianato”. Le attività che hanno mantenuto il titolo di arte sono oggi praticate da uomini (sic) di “genio”.


   Cultura “alta” e cultura “bassa”. Qualcosa di simile – ma più riferito alla figura borghese dell’artista – riporta Henry Geldzahler in Making it New:


(…) cosa è accaduto al pubblico nei suoi sviluppi ? L’artista che ha a lungo pensato solo a se stesso è ora altrettanto coinvolto riguardo alla sua platea. Ma non c’è un’arte pubblica facile; c’è soltanto un’arte privata, difficile, che è accessibile a chi desideri impegnarsi in uno sforzo… C’è qualcosa di sgradevole nell’ammettere che i veri spettatori della nuova arte sono così pochi e specializzati; tale sgradevolezza deriva da una concezione sul pubblico ideale o su di un’arte ideale, o piuttosto su una relazione ideale tra il grande pubblico democratico e l’artista che intende mettere in atto la sua funzione sociale.


   Queste premesse sul bisogno di annullare la barriera intellettuale/artista – massa/pubblico, inquadrano solo una minima parte del problema, cerchiamo dunque di entrare nel vivo del discorso.


   Il problema consiste nel rifondare il proprio orizzonte di riferimento, la propria idea: creare una propria sintassi, una propria grammatica, un proprio vocabolario. Come lanciare un messaggio visibile ma non riconoscibile ? Si è pensato di nuovo alla Teoria dell’oscurità, alla setta, ai “santi” mafiosi. Come costituire il gruppo come organismo e contesto autonomo, assicurarsi una visibilità autonoma. Entrare nei rapporti produttivi, nei processi economici e culturali: passare dal metalinguaggio all’atto puro.


Uno dei punti fondamentali risiede dunque nel riuscire a non essere strumentalizzati. Una strategia potrebbe essere quella del “non-gruppo”, non avere nome o averne infiniti. Un gruppo che in realtà è una rete, un insieme di progetti con nomi diversi, un non-luogo di scambio, una struttura a geometria variabile dove si entra e si esce, una struttura senza fini meramente personali, dove si concordano progetti collettivi.


   Tommaso Tozzi, in Arte Identità Confini, sottolinea uno degli aspetti interessanti di questo modo di operare collettivo:


   Il “nome” ha un ruolo burocratico nella società. E’ utile per certe necessità, ma diventa un limite ad altre. L’identità fornita dal nome è la password d’accesso agli archivi che contengono la parte burocratica della nostra storia sociale. Evidentemente la nostra vita non si esaurisce nelle pratiche burocratiche, ma mette in gioco un insieme di relazioni per le quali il dover fare riferimento sempre a un unico nome è di fatto un limite. L’impossibilità di assumere identità multiple impedisce l’uso della metafora per descrivere noi stessi. Inoltre il dover fare riferimento al nome sempre attraverso la parola rende dominante il linguaggio verbale nella comunicazione.


   La dominanza del linguaggio verbale nei sistemi di comunicazione del passato è stata una convenzione utile per le relazioni in società in cui la scrittura (rafforzata dalla stampa) era il sistema più usato (naturalmente niente ha vietato di comunicare anche con gesti, grugniti o altro).


   Attualmente, con l’avvento e la sempre più larga diffusione di tecnologie mediali che permettono l’uso di ipertesti e del cyberspace nella comunicazione di massa, si pone l’evidenza di come la parola possa essere integrata in un modello plurilinguistico che fa uso contemporaneamente di immagini, suoni e sensazioni tattili.


   La parola esplode per contenere altre forme linguistiche. Con essa crolla l’utilità delle convenzioni sociali che imponevano l’identità di fare riferimento in modo statico ad una parola.


ANONIMITA’ COME FORMA DI DEMERCIFICAZIONE


   L’assenza del nome nella comunicazione non va intesa come l’assenza di norme sociali (l’anomia). Semmai può essere sintomo dell’assenza di norme sociali imposte dall’alto. Le regole devono emergere e affermarsi all’interno dei rapporti sociali e possono avere un senso esclusivamente nell’ambito da cui sono emerse.


   Una delle importanti caratteristiche della comunicazione anonima è sicuramente quella di voler evadere le logiche del mercato imposte dalla comunicazione. Si deve dunque “comprendere se la cosiddetta ‘dematerializzazione’ non sia piuttosto un processo di demercificazione, ovvero se la preconizzata rarefazione dei rapporti con la realtà fisica non consista invece in un allentamento dei rapporti con il sistema di mercato”.[2]


   Allora si decreta la morte dell’azione individuante, rendendosi “irriconoscibili”, cambiando nome ed obiettivo a seconda del progetto, causando una serie di reazioni a catena.


  Attuare uno stravolgimento delle logiche di mercato, non essendo irrazionali, non essendo “artistici”, bensì diffondendo “anti-merce”, creando mode assolutamente fasulle (documentari su ipotetiche “scene” musicali underground che organizzano concerti in appartamenti o in zone di parcheggio), registrando marchi di prodotti (esempi  “istituzionali” in Oklahoma, Premiata Ditta, Fish Handel Servaas, Tecnotest, ecc.) come nel caso della pubblicità interattiva personalizzabile)…


Confrontarsi direttamente con il mercato, con il suo termine di scambio, quello più astratto: il denaro. Assicurarsi una visibilità con produzioni mediatiche: Fanzines (Rotor), società editrici (Studi Ricerche Contemporanee), cd musicali, scrittura creativa di massa (“Dizionario privato di pubblica utilità”), interviste e test-random, gadgets di disturbo culturale, agenzie di servizi inutili, aste televisive di opere disordinanti su canali privati, videostorie, manuali d’uso inservibili, giochi di intrattenimento alle fermate d’autobus, giochi-mostro interattivi per computer, siti-trappola su Internet, affissioni pubblicitarie stradali spaesanti  o alterazione di quelle preesistenti (Disordinazioni,), ecc.


   Lavorare su una libera comunicazione – anche falsa o plagio – con progetti autorevoli e ideati da personaggi apparentemente competenti: false conferenze (“Nomi, Cose, Città”; Palazzo delle Esposizioni e Galleria Interno Uno – Roma, “Le frontiere della comunicazione”, Ass. Cult. Res Publica c/o Chiesa dell’Immacolata – Roma, ecc.), falsi reportage (la “TV delle avanguardie”- con relativo telegiornale; “Sleep Music, Cacofonia & Incredible Car Music”), fuori programma casuali di disturbo radiofonico di 5 minuti circa (Irradiazioni, Radio Città Futura – Roma), false ricerche (progetto di nuova segnaletica stradale regolarmente approvato da un piccolo comune dell’Umbria).


   Progetti inesistenti ( Alias, “Mercato Globale” sez. di “Fuori Uso”- Pescara), mostre telefoniche (Galleria Graffio – Bologna), agenzie di viaggi random, il “Club dell’Intruso”, partecipazioni ad “importanti” mostre d’arte estese a chiunque (“Invito alla XII Quadriennale” – Roma).


Creare reti con le avanguardie di massa (“La Piovra”) come Luther Blissett ed altri.


Stewart Home, in suo scritto sul Neoismo, dice:


(…) Ho imparato molte più cose nel mio tempo libero che andando a scuola. Il punk è stato un grande stimolo per me quando ero un teenager.Sembrava completamente naturale comprare una chitarra da poco e formare un gruppo. Dopo, intorno al 1982/83, decisi che, visto che ero diventato un musicista senza sapere niente di musica, potevo anche diventare un artista senza sapere niente di arte.


   Essere NESSUNO, essere tutti. Essere come Ulisse che percorre i tragitti usuali delle storie quotidiane: ci sono luoghi e non-luoghi, istituzionali, pubblici, abbandonati, negozi, case, piazze, periferie, manifesti abusivi e graffiti murali.


   Iain Chambers in un testo sull’hip-hop avverte:


(…) Invece di prendersela con il “reale” o il “simulacro”, sarebbe meglio creare un attrito proficuo tra questi due ambiti contrapposti e poi gestire la crisi che ne scaturisce.


   L’idea non è male, ma io modificherei leggermente l’assunto: la creazione di questo attrito è sicuramente proficua, ma senza tentare di gestire la crisi. Piuttosto, lasciare la crisi aperta. Il nostro intervento consisterebbe così nel suscitare un problema, con l’augurio di dar vita ad una nuova esperienza.


 


di  Patrizio Pica


 


 


Testi citati:


Vittore Baroni, ARTE POSTALE, AAA Edizioni, 1996


Iain Chambers & Paul Gilroy, HENDRIX, HIP-HOP E L’INTERRUZIONE DEL PENSIERO, Costa & Nolan, 1995


Henry Geldzahler, MAKING IT NEW, Turtle Point Press, 1994


Stewart Home, ASSALTO ALLA CULTURA, AAA Edizioni, 1996


AA. VV., ARTE IDENTITA’ CONFINI, Carte Segrete, 1995


 


Altro:


DISORDINAZIONI, bollettino n. 1, ott. ’94 – gen. ‘95


DISORDINAZIONI, bollettino n. 2, feb. – giu. ’95


DISORDINAZIONI, bollettino n. lug. ’95 – lug. ‘96


ROTOR uno, Roma, agosto 1997


ULTIME GENERAZIONI, catalogo della XII Quadriennale di Roma,Edizioni De Luca, 1996


CITTA’ NATURA, catalogo, Fratelli Palombi Editori, 1997


MERCATO GLOBALE, catalogo di Fuori Uso in Provincia, Ass. Cult. Arte Nova, 1997


Edoardo De Falchi, NON E’ VERO, Odradek, 1998


Loredana Parmesani, ARTE & CO., Giancarlo Politi Editore, 1993


 


 


STUDI E RICERCHE CONTEMPORANEE: Lorenzo Busetti, Sergio Caruso, Michele Cavallo, Antonio Colantoni, Edoardo De Falchi, Marco Evangelista, Alessio Fransoni, Giuliano Lombardo, Federica Luzzi, Patrizio Pica, Giuseppe Polegri, Davide Radici, Sandro Zaccardini, …


 








[1] Jean Baudrillard parla di “pensiero radicale”. Un gioco/strategia radicale di scardinamento dei valori e delle ideologie. Anche se il superamento dei valori viene attuato tramite l’ironia, Baudrillard ritiene che il pensiero radicale non sia più rivoluzionario. Il gioco sacrifica le regole ma cerca una forma, cerca le proprie regole. Il linguaggio non deve portare senso, ma una concreta soluzione radicale ai problemi concettuali. Il pensiero radicale deve essere evento in un mondo dell’indistinzione.



[2] Per quanto riguarda la Teoria dell’oscurità, basti pensare al gruppo californiano dei Residents: a tutt’oggi, dopo 25 anni, nessuno sa chi siano costoro. Tra l’altro, negli anni ’80, hanno lanciato una campagna per permettere a chiunque di essere un Resident almeno per un giorno.