Espressioni multiple di Fred Frith

Da ‘Canterbury’ ai nostri giorni: breve panoramica di un veterano dell’ improvvisazione attraverso le ultimissime ristampe ‘ReR’


 


 

Giorno dopo giorno aumentano a dismisura le operazioni di ristampa di vecchi gruppi o musicisti (a volte conosciuti a volte no) che anche in piccola parte abbiano reso il proprio contributo alla storia musicale del secolo appena trascorso. Centinaia di etichette fondano sempre di più il proprio lavoro nel rispolverare e pubblicare vecchie incisioni, live inediti, dischi dimenticati e forse mai accettati. Una di queste è sicuramente la ReR , nata e cresciuta sull’esperienza ormai più che ventennale del musicista Chris Cutler ( Henry Cow, Art Bears, Cassiber e un’infinità di altri progetti e collaborazioni), che non dimentica però anche la promozione di nuovi artisti. Potremmo citare ad esempio le ristampe dei primi cinque dischi dei Faust, degli Amm, This heat, Hail, John oswald e persino vecchie registrazioni di Marcel Duchamp. Le ultimissime uscite vedono tre vecchi lavori del poliedrico chitarrista Fred Frith (due a proprio nome e una degli Henry Cow) e di un concerto registrato pochi anni fa a Verona insieme allo stesso Cutler. Apriamo una parentesi sulla figura di Fred Frith, il cui curriculum musicale non sarebbe certamente facile descrivere in poche parole. Frith inizia la propria attività intorno alla metà degli anni 60 fondando insieme a Cutler, Tim Hodgkinson e Lynsday Cooper gli Henry Cow, fondamentali esponenti del movimento rock denominato ‘Canterbury’ ( a presto un articolo! ), dopodiché, sciolto il gruppo, le direzioni prese da Frith divengono molteplici. Firma diverse composizioni per balletti e opere teatrali e idea nuove tecniche chitarristiche (modifiche e manipolazioni del proprio strumento) che ancora oggi nulla hanno perso in fatto di originalità. Trasferitosi alla fine degli anni 70 a New York, entra in contatto con la fervida e avanguardistica scena locale. Ha rapporti con Ikue Mori, il compianto Tom Cora, Bob Osterang e Zeena Parkins. Partecipa alla nascita degli Skeleton Crew (Tom e Zeena), Keep The Dog e Massacre ( con Bill Laswell). Credo però resti maggiormente significativa la militanza mai conclusa all’interno dei Naked City di John Zorn e le composizioni scritte per L’ensemble Modern. La prima ristampa lo vede tornare agli albori con i vecchi amici in Western Culture, quarto e ultimo disco della band. La formazione è sempre la stessa con l’aggiunta di Georgie Born (basso), Anne-Marie Roelofs (trombone e violino) e Irene Schweizer in un breve assaggio di piano. La musica proposta è una personale mistura, detto dagli stessi autori, che ingloba e comprime al proprio interno sonorità classiche (Stravinsky), estetica zappiana, Robert Wyatt e soprattutto un ‘jazz’ dalle tinte fortemente ‘elettriche’ come quelle largamente usate in quel periodo. Certamente oggi l’ascolto di Western Culture appare poco innovativo, ma l’album rappresenta a mio modo di vedere un punto di riferimento importantissimo nella storia della musica: si tratta dell’ingresso ufficiale della sperimentazione all’interno del rock, che quindi non resta più relegata ad una stretta cerchia di pochi ‘intellettuali’. Un disco consigliato, oltre naturalmente ai fans, anche a chi desidera iniziarsi al suono di ‘Canterbury’. Gravity in ordine cronologico è la seconda ristampa uscita e la prima firmata a proprio nome. Registrato nel caldo 1979 per la ‘Ralph Records’, vede la collaborazione di Lars Hollmer (piano, organo, e accordion), Eino Haapala ( chitarra e mandolino), Marc Hollander (alto sax e clarinetto), Hans Bruniusson ( batteria) e Frith, che oltre a maneggiare la chitarra, si dividerà fra percussioni, violino e basso. Immediati i richiami agli Henry Cow, Frith confeziona un lavoro dalle tinte melodiche aperte e di facile accesso (siamo ancora lontani dai primi, ostici lavori solisti). Rimandi alla musica popolare ed etnica a 360 gradi compaiono in ogni singolo pezzo, ritmi balcani, musica celtica, samba, fado, insomma ce n’è per tutti i gusti. Tutto a sua volta miscelato e circondato da un sottile velo di rock, fusion e dance. Fra tutti i pezzi spiccano la litania orientaleggiante di the boy beats the ram, spring any day now dove sembra di vedere Zappa suonare i Wheater Report, l’aria mediterranea (simpaticissima l’interruzione dei battiti di mano e l’assolo del mandolino) che si respira in don’t cry for me. Sarà la melodia volutamente sdolcinata e malinconica di norrgarden nyula a rappresentare l’attimo più spiazzante e coinvolgente di tutto il disco(da commuoversi). Un piccolo gioiellino d’altri tempi!
Arrivati a questo punto, il sentiero incomincia a farsi più impervio e ‘personale’. Aumenta in Frith la voglia di sperimentare nuovi percorsi sonori e quindi cimentarsi alla ricerca di altre sonorità tramite la chitarra e l’uso della voce. Certamente più conosciuto resta lo storico Guitar Solo ( sempre ‘ReR’), ma con l’uscita di Accidental le cose cambieranno leggermente. Commissionato dal coreografo inglese Paul Selwyn Norton per uno spettacolo di danza della ‘Barsheva Company’ di Tel Aviv, le composizioni fanno rimanere immobile l’ascoltatore e incollato alla propria poltrona dall’inizio alla fine. Bisogna fare attenzione a non restare letteralmente pietrificati nel sentire questo delirio sonoro. Chitarre distorte, mandolini deviati, onde radio oscure, organi impazziti e pezzi interamente retti su vorticosi giochi vocali (dai timbri gutturali) riescono in pieno a mostrare l’ottimo polistrumentismo di Frith. Solo la suprelativa almighty home at last basterebbe a giustificare l’acquisto del disco. Ultima tappa di questo percorso è il concerto tenutosi il 16 Aprile del 1999 all’’Interzona’ insieme a Cutler intitolato: Two gentlmen in Verona. Diviso in 16 brevissimi pezzi, i due dal vivo si scontrano letteralmente, senza mai prendere fiato, creando piccole improvvisazioni dove sia il rock, sia le sottili incursioni etniche finiscono per predominare sul jazz. Certamente il semplice ascolto del disco non riuscirà a saziare completamente chi non era presente quella sera, ma almeno ne renderà una piccola idea. Non capita tutte le sere di assistere ad un duo le cui coordinate potrebbero essere tranquillamente costituite da: MX 80, Faust e Ground Zero.
Fatevi avanti Mr. Cutler e soci ne hanno per tutti i colori.


Sergio Eletto