Unfolk ‘The Venetian Book of Dead (Il libro veneziano dei morti)’

(Diplodisc/Stella*Nera 2010)

Il musicista Alessandro Monti pubblica la sua nuova opera e compie un esercizio di creazione artistica su più livelli: nel primo prova a raccontare una storia, la storia del petrolchimico di Porto Marghera e delle morti di cancro di operai e semplici cittadini che per anni sono venuti a contatto, chi per lavoro, chi per semplice sfortuna, con le fabbriche che producevano il composto CVM/PVC. Nel secondo livello cerca di portare un sincero tributo alla sua città chiarendo con la sua musica il rapporto che lo lega a Venezia, mentre nel terzo livello combatte grazie alla sommatoria dei due precedenti livelli la malattia che affligge la nostra gente, la memoria a tempo breve che impedisce di ricordare, di cercare di capire come sia stato possibile quello che è successo a Porto Marghera. Lo fa grazie alla collaborazione del musicista inglese Kevin Hewick, suo patner nel progetto e grazie anche al parterre di tutto rispetto dei musicisti veneziani e romani che si sono alternati durante le registrazioni durate tre anni. Citazione di rigore di alcuni dei nomi, tra gli altri: Romina Salvadori, Gigi Masin, Alex Masi, Bebo Baldan, Madiema, Jurj Luisetto, Riccardo De Zorzi, Adriano Clera, e per l’area romana Kar, Giordano G, Mono-drome. Venendo alla musica e usando parole semplici e chiare l’album è molto bello, con riferimenti decisi al folk apocalittico di Current 93 e Dead In June. Dall’apertura strumentale Cicatrice del tempo che apre il sipario alla narrazione per suoni, al secondo brano intitolato Radioactive man – i testi non lasciano spazio ad incomprensioni, anche grazie al libretto in inglese e in italiano – al folk di Black Tar Lagoon, alla bellissima e struggente ballata di Bedroom discotheque, non c’è un brano fuori posto, non c’è un pezzo mancante o fuori dimensione del puzzle che Unfolk delinea sul pentagramma. E’ il miracolo delle alchimie sonore che si combinano per bene, il miracolo dei musicisti che grazie alla loro bravura e sensibilità dialogano perfettamente tra loro e producono brani eccellenti, come l’ambient industriale di Dust to dust e la distorta The cover up; oppure come la cosmica traversata sonora di Destinazione astrale dove la chitarra libera la mente dell’ascoltatore e la porta verso nuove vette di coscienza, o anche il combat folk di Cancer of the coscience che rivendica giustizia per chi non c’è più; come infine Natura distorta, incantata e delicata ballata evocativa e ancestrale. A chiusura del cerchio, il corposo libretto che offre una biografia dettagliata per chi vorrà approfondire l’argomento e la copertina che raffigura un quadro di Paul Delvaux rendono quest’opera qualcosa da avere, ascoltare, riascoltare e fruire, soprattutto quando il mondo circostante non fornisce sufficienti risposte alle nostre incessanti domande.

Voto: 9

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