Untied States ‘Instant Everything, Constant Nothing’

(Distile/Stickfigure/Plastichead 2010)

Dopo due album nella natia America, cui peraltro non sembrano particolarmente legati, (almeno dal nome), gli Untied States da Atlanta traversano l’oceano e giungono a Parigi, dove ad aspettarli c’era Pierrick Le Roy, boss della Distile Records che nel progetto musicale della band ha voluto credere ed imporre nel Vecchio continente.

Questo “Instant Everything, Constant Nothing” ci mostra una band dal sound assai maturo e definito, che si barcamena tra post-hardcore, math e psichedelia con un certo savoir-faire. Sprazzi di Jesus Lizard, accenni di Radiohead, spizzicate di Sonic Youth si odono tra le pieghe del disco ma niente è spudoratamente citazionista, pur se le influenze sono sterminate.

L’elettronica nera a-là Liars che ci accoglie in Gorilla The Bull sprofonda presto in chitarre soniche taglienti che urlano dolore e violenza. Not Fences Mere Masks guarda all’abominevole possenza dei Lizard diluendola nel peggiore dei tuoi incubi. Unsilvered Mirrors vola inizialmente verso cieli lisergici ambientali, ma il ritorno sulla terra è brusco, come se une tempesta ci abbattesse durante il nostro viaggio tra le nuvole in tappeto volante. Grey Tangerines è ossessivamente ipnotica, psichedelia elettronica affogata nell’hardcore. Con These Dead Birds l’oscurità torna prepotente fino a farsi opprimente, trovando una terza via tra il caos martellante dei Paper Chase e quello più etereo di Thom Yorke e soci. Il sinistro pianoforte che introduce Take Time For Always schiude un mondo surreale a folle velocità che somiglia ai momenti più graffianti dei Kasabian (cui contribuisce soprattutto la voce del cantante, a dir la verità) e nel quale ci si addentra sempre più a fondo con la successiva Bye Bye Bi-Polar. In Wrestling With Entropy In The Rehabbed Factory il mondo da favola nera dei nostri si è ormai impadronito di tutto, tra fantasmi che sibilano e balletti sghembi da carillon impazzito. Delusions Are Grander sono i Radiohead che giocano a fare i duri, mentre Holding Up Walls sposa Syd Barrett e il blues cattivo degli Who. La chiusura è delirante: Kowtow Great Equalizer cavalca nel male, ci si crogiola e lo innalza rendendolo inafferrabile.

Non potendo giudicare l’evoluzione stilistica della band non conoscendo i precedenti occorre attenersi a quanto ascoltato. Ovvero a qualcosa di poderoso, disturbante ma non caotico che ci consegna una band semisconosciuta pronta a diventare di culto. Grazie alla Francia per averci aperto il mondo degli Untied States.

Voto: 8

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