Duncan Jones ‘Moon’

 


 


 


 


 


 


 


 


Di Marco Loprete


marcoloprete@libero.it


Cosa ci si poteva aspettare dal “figlio” di Ziggy Stardust se non un film sulla Luna? Duncan Jones, il cui papà è un certo David Robert Jones (meglio conosciuto come David Bowie, di cui Ziggy Polveredistelle è solo una delle tante incarnazioni), ha confezionato un film di fantascienza “umanistica”, per così dire, che guarda tanto al Tarkovskij di “Solaris” quanto al Kubrick di “2001: Odissea nello spazio”. Due modelli altissimi, inbubbiamente, ma Jones, premiato, tra le altre cose, al Festival del cinema di Londra per la migliore opera ed il miglior esordio, pur non raggiungendo del tutto i vertici toccati dai due maestri (impresa impossibile per chiunque, del resto), è riuscito ugualmente a realizzare un piccolo grande film.


“Moon” racconta la vicenda di Sam Bell (Sam Rockwell), astronauta che da tre anni vive in una stazione spaziale sulla Luna nell’intento di rifornire il pianeta Terra di energia alternativa. Ad aiutarlo nella sua impresa, Gerty, un robot parlante (la cui voce è quella di Kevin Spacey). Quando mancano ormai poche settimane prima che una navetta lo raggiunga per ricondurlo a casa da sua moglie e da sua figlia, Sam comincia ad avere delle allucinazioni (una figura femminile, che inaspettatamente gli compare dinanzi agli occhi mentre è nella stazione spaziale). Le cose prendono definitivamente una piega inaspettata quando il protagonista ha un incidente con il suo mezzo mentre è in ricognizione sulla superficie del pianeta. Quando si risveglia, scopre effettivamente di non essere solo alla base: con lui c’è un altro individuo dalle sembianze assolutamente identiche alle sue. E stavolta non si tratta di un’allucinazione…


Riflessione sull’identità, sull’Io, sullo spazio profondo come metafora dell’inconscio, sulle aberrazioni cui la scienza può condurre, “Moon” è un film assolutamente riuscito, diretto da un esordiente con mano salda e precisione, dalla sceneggiatura pressoché perfetta e con un attore protagonista (il sempre troppo poco elogiato Sam Rockwell) in gran forma, capace di far percepire le differenze tra i due “Sam” ricorrendo ad uno stile di recitazione che incrocia un lavoro sul fisico ed uno, più raffinato, sulla mimica facciale.


Tralasciando le implicazioni filosofico-ermeneutiche di “Solaris” (i limiti della conoscenza umana) così come il pessimismo (le pulsioni violente delle scimmie sono le stesse dell’uomo di oggi) e l’aura messianica di “2001: Odissea nello spazio” (il “bambino delle stelle”: un superuomo nietzschiano o piuttosto un altro Messia?), “Moon” pone interrogativi intelligenti ed affascinanti sul mistero dell’esistenza e della condizione umana, evitando banalità e didascalismi.


 


Link: Duncan Jones ‘Moon’ (2009)