Vincenzo Ramaglia ‘Formaldeide’

(Autoproduzione 2007)

“Formaldeide” è il primo album di Vincenzo
Ramaglia
.
Compositore, saggista ed appassionato di fotografia,
Ramaglia, dall’incrocio immagine/suono attinge energia
propulsiva.
Il suo percorso parla chiaro, diplomato in
composizione al Conservatorio di Santa Cecilia, laureato in lettere
con una tesi sul teatro musicale da camera del novecento, Ramaglia
dal 2000, è direttore dell’Accademia di Cinema e Televisione
Griffith di Roma.
Come docente di linguaggio audiovisivo, tiene
regolarmente seminari, incontri, e corsi, presso istituti ed
università.
Parallelamente si dedica a stages di formazione
per compositori di colonne sonore cinematografiche.
Sue opere
vengono eseguite dall’Orchestra del Conservatorio di Santa
Cecilia
, dall’Orchestra Roma Symphonia e dal Coro dei
Fiorentini
.
Non pago, nel 2002 è autore della colonna
sonora del film “Ore due: calma piatta” con John
Turturro
e, nel 2004 pubblica il volume “Il suono e
l’immagine. Musica, voce, rumore e silenzio nel film” (Dino
Audino Editore).
Sembra tutto chiaro, Ramaglia è il
solito impettito compositore snob, che si cagan in quattro gatti
facoltosi con moglie regolarmente impellicciata e
griffata.
Errore.
Vincenzo Ramaglia, è, artista dalla
curiosità onnivora, naturale per lui dunque, il contatto umano
più ampio possibile.
“Formaldeide” in questo
senso, è opera riuscita.
Privilegiando una scrittura fatta
di vuoti, attese, ripartenze e frasi cicliche, si delinea un panorama
che, della contemporanea, conserva l’involucro formale, ma al suo
interno si agitano correnti sottilmente devianti dal percorso
base.
Opera ponte, fra alto e basso fra spinte elitaristiche e
fruizione orizzontale.
Ma, non si creda, di aver a che fare con
una disperata rincorsa al pubblico tramite facili schemi.
Otto
visioni di paesaggi in movimento, per flauto, clarinetto, pianoforte
e sax (Birgit Nolte, Massimo Munari, Massimo Mazzoni
e Giulio De Luca, gli esecutori).
Un suono elegante e
suadente, che viaggia più per sottrazione che addizione,
evitando gli stridori e gli isterismi ermetico/autistici di
genere.
Innervato da suggestioni varie e sofisticate.
Le
colonne sonore (Badalamenti ed il suo scandagliar spazi vuoti
in attesa), la durezza espressiva mutuata dall’urgenza di Bartok
e Stravinskij, il minimalismo (Cage, Feldman e
Reich, più un’ostia di casa Cold Blue)
l’elemento arcaico contenuto nei suoni di Popol Vuh e Dead
Can Dance
.
Glissando di fiati in fase modulare, vibrazione
perpetua ad innervare il vuoto rarefatto, rimandi terreni al jazz
(l’uso del sax), l’essenzialità esecutivo/emotiva figlia del
feroce lavoro di sottrazione.
Questa è la contemporanea che
ci piace di più.
Attenta, appassionata e risolutamente
impegnata nell’uscir fuori dal guscio imposto da rigidi schematismi
accademici.
Alla fin fine, queste son composizioni che potrebbero
benissimo farsi odiare dal mondo accademico/istituzionale.
E
diciamo: meno male.
Che ci facciamo con il solito lavoro da un
ascolto ogni tre anni?
Il raccoglitore per la polvere propongo.
Da
queste parti scorre sofisticata energia in divenire.
Il contatto
un bene.
Da seguire.

Voto: 7

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