Xabier Iriondo Gianni Mimmo ‘Your Very Eyes’

(Amirani Records/Wallace Records/Phonometak Lab/LongSon Records 2008)

Concepito al chiarore della prima alba, “Your Very Eyes” è un importante colloquio tra due sensibilità musicali, tanto estreme e mai come ora disposte a svelarsi reciprocamente le proprie emozioni più segrete. Un incontro-contrasto di estetiche sperimentali che ha vita in un giorno ben preciso, all’interno di un luogo primordiale, incavato nei primigeni anfratti-rocciosi di Matera: la chiesa di Santa Maria alle Malve, risalente al X° secolo, e la grezza-arcaica conformazione su cui è levata, le consente di avere le pareti ricche di cavità porose, di brusche aperture che, secondo le diverse posizioni predisposte per la registrazione, causeranno più di un effetto esterno sulla resa sonora finale.

Gianni Mimmo e Xabier Iriondo non erano nuovi a collaborare insieme, ma questa registrazione in pieno Solstizio d’Estate è la prima parentesi dove i due improvvisano senza altre presenze. Tanto per ricordare, sempre per Amirani era venuto alla luce il progetto audio-visivo “KURSK _ Truth In The End”, destinato a rievocare in chiave artistica la drammatica epopea del sottomarino russo, esploso ed inghiottito con il suo equipaggio dai mari del Nord; in quell’occasione, la coppia Mimmo-Iriondo (quest’ultimo era alle prese con i soli live-electronics) fu affiancata da Angelo Contini al trombone.
Il sax soprano, come sempre, impegna da solo tutto il tempo e la concentrazione di Mimmo; anche per questo lavoro, ho letto molti elogi nei confronti del sassofonista, tutti più o meno in sintonia nell’inquadrare le sue posizioni armoniche ‘incastonate’ nel ricordo di Steve Lacy. Sicuramente, anche il sottoscritto, tempo fa, rimarcò questa facile concordanza di temi e forme con il fine-soprano dell’americano, ma va sottolineato che proprio in “Your Very Eyes” i timbri di Mr Amirani vanno ben oltre, evolvendo in qualcosa di diverso e più acuto. Iriondo è seguito da un’amplificazione lo-fi e dalla presenza di due compagni sicuramente originali, il Mahai Metak (auto-invenzione elettrica, formata da legno, metallo ed elettroniche) e il Taisho Koto (oggetto appartenente alla famiglia delle corde nato nel Sol Levante), entrambi strumenti dalla corposità esotica, trascendente, atti a coprire le spalle dei secchi fiati con ampissimi ventagli armonici, in cui la policromia è nitida come una mattina di cielo primaverile, senza ombra di foschia.
I luoghi ‘impraticabili’ dell’improvvisata non adescano all’istante i protagonisti, visti gli inizi abbondanti di Psalm of Days: escursione minimalista che sfiora distrattamente nel proprio mezzo i canovacci della ballata dai gesti freak-a-delici. Ma, la parvenza velata di un meccanismo alla Taj Mahal Travellers, come per magia, cederà subito gli onori a raffinatezze-estemporanee: il canto solitario del soprano agganciato, superato e sovrastato completamente da una matassa non-invadente di corde metalliche ed elettroniche ferrose (Side Voice); la lotta interiore tra un fraseggio pulito, notturno e reiterato come una leggera ossessione, disarmonizzato da sospiri e soffi d’ansia (la title track); le interiora del soprano, le sue acute voragini abbrancate da tediose impronte micro-noise (Several Calls And A Perfect Pair Of Opinione); le gracili spatolate, gli improvvisi dissapori di Xavier che (per)seguono a distanza le infinite malinconie jazz di Mimmo (Nostos Algos). Un apparato scenico d’interazione elettro-acustica protratto a dovere, che diviene copione fisso (e riuscito) per le riflessioni impro en passant di Sub-Sequence, per gli indecifrabili bisbigli in Barn Swallow, per una posizione condivisa della dissonanza di Cirmustance And Sacrifice / Eye Tray
Si è fatto giorno, il sole è ormai vivo e intenso, la spiritualità lancia gli ultimi influssi sul finire con Completion dove erge orgogliosa l’origine nipponica del Taisho Koto.
Un altro capitolo seminale della free-music italiana, co-prodotto a piene forze da casa Amirani, Wallace, Phonometak Lab e LongSong Records.

Voto: 9

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