Richard Matheson ‘Io sono Helen Driscoll’

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di Marco Loprete

marcoloprete@libero.it

Probabilmente “Io sono Helen Driscoll” non sarà il lavoro migliore di Richard Matheson (“Io sono leggenda” era tutt’altra cosa), ma è indubbiamente una di quelle letture piacevoli ed elettrizzanti al tempo stesso, che ti lasciano incollato alla poltrona intento a divorare le pagine per cercare di trovare il più rapidamente possibile la risposta alla fatidica domanda: “come va a finire?”.

Non si tratta propriamente dell’ultima opera del grande scrittore del New Jersey, ma di un inedito: “Io sono Helen Driscoll”, infatti, è un testo datato 1958, cui Matheson ha rimesso mano nel 1986, e che solo ora è stato pubblicato per la Fanucci .

Questa la trama: Tom Wallace, prototipo dell’everyman americano, sposato con Anne e con un figlio, Richard, si lascia ipnotizzare dal cognato Phil durante una festa a casa di vicini. Da quel momento in poi, la sua esistenza non sarà più la stessa: la sua mente rivelerà potenzialità insospettate, quali la capacità di captare le onde telepatiche e di leggere nel pensiero delle persone a lui vicine. In più, entrerà in contatto con l’entità di una giovane donna, tale Helen Driscoll, sorella della moglie del suo affittuario, che sembra infestare la casa in cui Tom e la sua famiglia vivono. Al protagonista spetterà allora il compito di decifrare il messaggio che  l’enigmatica presenza sembra tentare disperatamente di comunicargli e di risolvere il mistero, che a poco a poco si farà largo nella vicenda, della sua scomparsa…

Come si può facilmente comprendere da queste poche righe, l’opera, non brilla particolarmente per quanto concerne l’intreccio: lo scettico che vede ampliarsi le proprie facoltà mentali a seguito di un esperimento di ipnosi, acquistando capacità telepatiche che lo pongono in contatto con uno spirito misterioso che infesta la sua casa non è esattamente il massimo dell’originalità. Del resto, non si può neppure dire che l’opera possa vantare chissà che profondità nella caratterizzazione psicologica dei personaggi; ma poco importa. La forza di questo romanzo sta infatti nella capacità di Matheson di tenere il lettore sempre sul chi vive, evitando lungaggini, digressioni, tempi morti e puntando al sodo, grazie a quel suo “fraseggio secco e addirittura scarno” (Valerio Evangelisti) che – può sembrare paradossale – è il segreto della maestria dell’autore, che tanta influenza ha avuto sulla letteratura fantastica e del terrore contemporanea (si pensi a “Sua Maestà” Stephen King).

Piacevole.