Robert Wyatt ‘Comicopera’

(Domino recordings 2007)

Tre atti indipendenti fregiano il ritorno, dopo “Chukooland” (2003), del barbuto santone-Wyatt in studio di registrazione. Tre cammini, tre disparati concept coscienziosi, cuciti in un solo corpo, ed ecco che il gioco è fatto: “Comicopera”, in un batti baleno, è tra i dischi più pompati e incensati dell’anno corrente; dirigendosi vicino ad una cricca di confratelli, o eventi-deludenti, come l’ultimo taglia-vene degli Animal Collective (“Strawberry Jam”), il nuovo slancio-flop – solo strumentale – di Scott Walker (“And Who Shall Go To The Ball? And What Shall Go To The Ball?” per la 4AD) e la strascicata andatura pop che, già da innominabile tempo, invade gli oramai vegetali Einstürzende Neubauten (intestatari per le cronache del recentissimo spacca-testicoli “Alles Wieder Offen”).

Questo preambolo non rientra solo negli sfoghi estemporanei su dischi non particolarmente in sintonia col sottoscritto, ma è anche un utile viatico a prendere (o, almeno, tentare) “Comicopera” per quello che è: una patinata mescolanza di melodie troppo perfette, slavate, che da un po’ di anni fronzolano incessantemente nella mente del vecchio Robert: virate estreme dentro canovacci light-jazz, da una parte delicato, dall’altra imbottito a dismisura da accordi scontati e per niente eccentrici.
Un cd che appare innanzitutto come un integramento forzato di canzoni e generi, i quali amalgamati, incastonati a forza, ottengono il solo risultato di turbare e male incontrarsi. Nessun incrocio piacevole che possa non far assomigliare questa accozzaglia di facile sensualità, e scontato charme sperimental-cantautorale, ad una comune raccolta di B-sides.

Tre scenari che si frammentano tra il primo atto, più ermetico e consacrato a strutture di malizioso jazz(y) sottovoce; merita, comunque, la menzione il duetto vocale con la Vasconcelos in Just As You Are e l’iniziale Stay Tuned. Nel secondo capitolo, che potremmo includere sotto il filone – pur sempre ammirabile – politico e/o sociale, balza preponderante l’accoppiata Wyatt&Eno con spostamenti direzionali in ambiti folk(eggiadri); né danno una dura prova (soprattutto per le orecchie) le addormentate arie sognanti di A Beautiful Peace e A Beautiful War (folk la prima, so(u)leggiante la seconda), il blues(ettino) corale di Be Serious, la pesantezza ‘catatonica’ di Mob Rule e la lagna elettro-free-pop di Out Of The Blue; l’anima PIA di Battiato faceva molto meglio trant’anni fa!!!
Non poteva esservi modo peggiore per proseguire, e aprire il terzo atto, con l’orripilante inserzione di Del Mondo, brano semi-lontanto della fucina Lindo Ferretti-Csi; già di per sé, è stato sempre ostico il rapportarsi (anche minimamente) con la continuità ideale dei CCCP, indi cui, diviene un vero e proprio supplizio scoprire parallelamente la presenza di codesto brano e la pessima coverizzazione che Wyatt ne dà. Lagnosa al cubo la voce, lagnoso a più non posso il supporto strumentale, borioso, e consegnato quasi unicamente alla tastiere del nostro. Con l’intro del terzo, e per fortuna ultimo atto, intuirete facilmente l’inizio dello spazio-cover, ma anche dello spirito terzomondista e (NO) global di Robert; oltre alla citata Del Mondo, trovano spazio altre lingue (e, quindi, altri popoli) ed uno ‘sfrontato’ omaggio finale alla lotta perpetua con Hasta Siempre Comandante di Carlos Puebla.
Ci mancherebbe che fosse mia intenzione un attacco generale alla mastodontica e incatalogabile estetica wyattiana; di fronte a ciò, non posso che divenire in un istante l’essere più piccolo, becero e ignorante della terra. Questo è un discorso, un ventaglio estemporaneo, aperto e chiuso unicamente nei confronti di “Comicopera”. Niente di più e niente di meno.

Voto: 4

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