Niccolo Ammaniti ‘Come Dio Comanda’

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di Valeria Destefano

imaginaryboys@hotmail.it

Tutti i libri di Niccolò Ammaniti che ci sono nella mia stanza li ho acquistati in autogrill o al supermarket. Tutti tranne l’ultimo, ‘Come Dio Comanda’.
Ammaniti è uno scrittore pop, cioè popolare, per questo i suoi libri non si trovano solo  nei-centri-di- vendita-abituali.  «Essere scrittori pop- dichiara per la rivista  Il Venerdì- vuol dire saper usare i linguaggi dominanti, primo fra tutti, quello della pubblicità, del videoclip, del videogame e dello spot». Ma Ammaniti, come ormai tutti sanno, è anche uno scrittore pulp, per il suo debordante raccontare che ricorda il chiacchiericcio splatter dei personaggi di Tarantino o di Coupland, oppure per il piattume psicologico ed esorbitante mutuato da Ok! il prezzo è giusto o dal linguaggio dei fumetti.
Come Dio comanda è sostanzialmente diverso. L’orrore pervasivo e grottesco dei racconti da ‘Fango’ o ‘Ti prendo e ti porto via’ che contraddistingue la fase cannibale, deraglia su tonalità inedite, con bruschi scarti di sensibilità e un finale (oscenamente) sentimentale.
Scompare l’horror punk, la follia gratuita, dal retrogusto feroce ed ironico di cui sono gremiti i precedenti libri.
Ciò che resta è, per fortuna, la prosa ulcerata dalla velocità degli eventi. I protagonisti sono un padre ed un figlio, Rino e Cristiano Zena, quest’ ultimo ritratto con la fisiognomica (ironizzata) di un bambino occidentale a mò di cartoon disneyano o di manga.
Cristiano è così ritratto: «ha gli occhi grandi e azzurri divisi da un nasino piccolo e all’insù. In testa gli cresceva un cespo ingarbugliato di capelli biondicci che non riuscivano a nascondere le orecchie a sventola». Allo stesso tempo, Cristiano viene forgiato dalla violenza e dall’istinto di autoconservazione del padre, Rino, un Bruce Willis de noantri e da lui istigato a fare una cosa terribile: uccidere  a colpi di pistola il cane del vicino che «rompe l’anima, abbaiando». Ecco qui spezzarsi il ruffiano connubio buonista del cane migliore amico dell’uomo e del suo inseparabile padroncino, condito di – ovvi, patetici – disney pianti.
La storia si complica quando accanto a Rino e Cristiano, appaiono Quattro Formaggi e Danilo Aprea, amici del padre-protagonista. Il primo, sbucato da un copione di Tod Browning,  si macchia di una turpe sconcezza perché  è un freak deforme, il secondo, è votato alla prevedibile autodistruzione, poiché  vittima dei ricordi e del suo passato.  Ammaniti avrebbe voluto narrare la storia di un’umanità sottoproletaria alla ricerca della propria svolta epocale, del riscatto sociale, ricadendo invece in un meccanismo ovvio e francamente dilettantistico, condito di suspance telefonata, e di un effetto thrilling confezionato male. Ci rammarica leggere un Ammaniti in versione post-cannibale e filo – familista. Sembra quasi un assaggio autunnale della festa del papà.