Richard Leo Johnson ‘The Legend of Vernon McAlister’

(Cuneiform/Ird 2006)

Sbiadite fotografie color seppia ci introducono nel mondo di Vernon McAlister: il chitarrista Richard Leo Johnson con in braccio una consunta steel-guitar degli anni trenta e un registratore a nastro da museo. Questi i mezzi espressivi che stanno alla base di questo disco e della leggenda che si appresta a narrare. Già, perché l’immaginario di questo cd si basa su una finzione architettata da Johnson nel momento in cui il suo amico Steve Carpenter gli mette a disposizione una vecchia National Duolian steel guitar dicendo “vedi cosa riesci a fare con questa”. Si tratta di una chitarra dalla cassa in metallo risuonante e dal suono potente, molto popolare durante gli anni della grande depressione e che nello specifico porta inciso il nome di Vernon McAlister, presumibilmente l’unico proprietario della stessa. Da quel nome Johnson costruisce il suo alter-ego, con tanto di biografia romanzata (disponibile su http://www.vernonmcalister.com). Scopriamo quindi che Vernon, buon cristiano stimato da tutti, gran lavoratore in una falignameria, un brutto giorno rimane vittima di un grave incidente sul lavoro che lo rende leggermente fuori di testa. Preoccupate dalle sue condizioni mentali, la sorella e la moglie investono 10 dollari in una chitarra, sperando che la musica possa essere d’aiuto. Nasce così il Vernon chitarrista, con uno stile in grado di “evocare gli angeli e gli animali selvaggi”. L’espediente dell’alter-ego non è nuovo e subito viene da pensare al caso di John Fahey-Blind Joe Death, chitarrista al quale, assieme a Leo Kottke, questo disco rimanda, anche se non si tratta di un semplice clone. Intanto a dispetto del sapore nostalgicamente e mitologicamente old-fashioned dell’intero progetto a Johnson non manca l’ardire modernista, producendo un gran equilibrio tra sperimentazione e classicità. Attitudine che si evidenzia anche in piccoli dettagli, come nell’iniziale Morning Glory, che alterna il classico fingerpicking dei maestri prima citati ad effetti che richiamano un sogno hawaiiano e si conclude con una breve coda che pare un’apparizione del fantasma dei My Bloody Valentine. Efficaci anche le suggestioni ambient di Briar Patch Harmony con un sottofondo di corde mosse come un dreamcatcher indiano esposto al vento, gli effetti percussivi e sottilmente stridenti che accompagnano il procedere stregato di Eaten By Wolves at Midnight e il possente incidere, quasi orchestrale, di More than All the Stars in the Sky  Sempre ricca di trucchi ed espedienti la chitarra di Johnson, nel suo alternare classiche melodie (molte belle quelle di Everything is Beatiful and Sad) che sembrano scolpite nei ricordi di un mondo perduto per sempre e che sa di spazi sconfinati, di tramonti rosso fuoco che spezzano il cuore, di tempo che trascorre lento ed ozioso per cullare il corpo e lo spirito, ad una tecnica poco convenzionale, con gran utilizzo dell’e-bow, di risonanze, microtoni, percussionismo, per generare insolite trame sonore dagli intenti narrativi. Veramente interessante e per niente ovvio.

Voto: 7

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