Public Enemy Feat. Paris ‘Rebirth Of A Nation’

(Guerrilla Funk/Wide 2006)

Quando si parla di hip hop è assolutamente impossibile non citare i Public Enemy. Il duo composto da Chuck D (Carlton Ridenhour) e Flavor Flav (William Drayton) formatosi nel 1982, ha letteralmente rivoluzionato il rap, proponendo una miscela di elettronica sporca, taglia-e-cuci avanguardistico, influssi funk, chitarre rock e rime al fulmicotone, impregnate di denuncia politica e attivismo (motivo per il quale si guadagnarono l’appellativo di “black BBC”, la BBC dei neri) assolutamente unica. I primi tre dischi della loro carriera, “Yo! Bum Rush the Show” (1987), “It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back” (1988) e “Fear Of A Black Planet” (1990), costituiscono altrettante pietre miliari del genere, che non dovrebbero assolutamente mancare nella collezione di dischi di un amante della musica.
In questo “Rebirth Of A Nation” (che nel titolo richiama alla mente il capolavoro del cineasta razzista Griffith, “Nascita Di Una Nazione”), i nostri eroi sono coadiuvati da Paris, rapper ultrapoliticizzato della Bay Area, autore di quasi tutto il materiale del disco, e da una selva di ospiti: Kam, Conscious Daughters, Dead Prez, Immortal Technique, T-K.A.S.H. dei Coup ed MC Ren dei NWA.
Diciamolo subito: il risultato, pur se non orrendo, è ampiamente inferiore a quanto i Public Enemy abbiano fatto in passato – persino del precedente “New Whirl Odor”, datato 2005. Il suono è decisamente più pulito, più convenzionale, la rabbia si è stemperata. Alcune cose interessanti ci sono: il trittico iniziale composto da Raw Shit, Hard Rhymin (condita da un riff minaccioso di chitarra elettrica e da uno scratch nevrotico) e Rise (scritta dal solo Chuck D); o ancora Rebirth Of A Nation (feat. Professor Griff), che sarebbe stata un grande pezzo crossover se solo non fosse stata così timida, l’ipnotica Invisibile Man e la conclusiva Rules Of Engagement (altro capolavoro mancato). Tutto il resto suona assai piatto e convenzionale, a tratti persino noioso. La sensazione è che i nostri, attraverso la collaborazione con Paris, abbiano cercato di adeguarsi (musicalmente) un po’ a quello che oggi passa il convento, nel tentativo di recuperare il terreno perduto nei confronti dei gangsta-rappers che affollano la programmazione di MTV. L’operazione, come era prevedibile, è fallita: e questo non per mancanza di talento, ma semplicemente perché è il suono dell’hip-hop di oggi a risultare vecchio e stantio, non certo quello della old-school, che conserva sempre una freschezza ed un’attualità impressionanti.
Un passo falso, dunque, che non cancella però tutto quello che Chuck D e Flavor Flav hanno fatto in passato. L’invito è ad andare nel più vicino negozio di dischi per procurarsi i primi tre titoli della loro discografia: non ne rimarrete delusi.

Voto: 4

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