Franklin Delano ‘Come Home’

(Ghost Records 2006)

Una premessa: sole a picco, una piccola casetta in campagna circondata da querce e cipressi, un bicchiere di pinot grigio e nulla da fare… queste le condizioni ambientali che hanno accompagnato l’immersione in questo album. Vi assicuro che è stato un bel matrimonio. La prima volta che sono rimasto colpito da Iocca & co. è stato ad un bel concerto al Thermos di Ancona dove aprivano la serata dei Giant Sand (splendida notte). Ero rimasto piacevolmente affascinato dalle melodie, soffici e ruvide al tempo stesso, che mi avevano traghettato con piacere verso lo spettacolo, come sempre inimitabile, di Howe Gelb. Li ritrovo ora con piacere con una nuova uscita che ce li propone in una veste consapevole e matura. Il country si incontra con melodie gustosamente indie spolverate di elettricità e condite con qualche divagazione noise. Un disco piacevole che mi ha fatto venir voglia di spolverare vecchi amori, su tutti i primi album dei Jayhawks il cui fantasma mi è sembrato aleggiare su tutto l’album, soprattutto per il gusto con cui dialogano le voci. Ma country è una parola che sta stretta ad un album che offre diverse suggestioni che in certi momenti si avvicinano anche ad alcune cose, le più bucoliche, di Stephen Malkmus. I suoni sono curati e rendono difficile immaginare la provenienza italica del gruppo, che sembra essere nato in qualche prateria desolata del Nebraska e essere cresciuto a dosi massicce di bistecche e burro di arachidi, complice la produzione di Brian Deck negli Engine Music Studios di Chicago. Non esiterei ad affiancare i Franklin Delano alle ultime fatiche dei vari Bonnie “Prince” Billy, Magnolia Electric co., Smog, Cracker, Golden Smog, senza però cadere nel rischio di atmosfere troppo cupe e chiuse in se stesse, ma mantenendo sempre un’attenzione ad un retrogusto delicatamente pop (penso ad esempio a I know my way con la sua saltellante sezione fiati). Interessanti, anche se non originali, le sonorità delle chitarre che in certi momenti mi hanno fatto venire in mente certi Tortoise meno sperimentali. In qualche modo è l’eredità di papà Neil Young che continua a spandersi in tutto il mondo e per fortuna anche sul nostro arido suolo. Alla fine il vino è sparito, io mi sono abbronzato con un bel sole novembrino e per un paio d’ore ho pensato persino che l’Italia fosse un bel posto in cui vivere, in fondo c’è di peggio.
“I am a cow waiting to die…”
Buon ascolto!!!!!

Voto: 7

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Autore: max_krazykat@yahoo.it