Christian Wolfarth ‘Wolfarth’

(For 4 Ears 2006)

 

Mentirei se dicessi di conoscere l’autore di questo
disco, ma evidentemente la colpa di tale ignoranza è tutta a
carico del sottoscritto, poiché a leggere le note biografiche
di Christian Wolfarth, percussionista di nazionalità svizzera,
appare chiaro che non si tratta esattamente di un debuttante.
Insegnate di musica, collaboratore di compagnie danzanti, una nutrita
discografia alle spalle e, come quasi d’obbligo per chi agisce
nell’ambito della nuova elettroacustica impro, una pletora di
collaborazioni con altri artisti, tra cui, tanto per citare, Jason
Kahn
, Annette Krebs, Günter Müller e John
Butcher
. In questo cd comunque il musicista agisce da solo,
scelta sottolineata anche dall’utilizzo del proprio cognome per
titolare il tutto. L’approccio ai suoni di Wolfarth che, a
differenza di altri percussionisti operanti nello stesso ambito,
dichiara di non estendere il suo kit con devices
elettronici, è fortemente fisico, tattile, plastico e
materico. I suoi sono suoni che spesso sembrano svilupparsi quasi a
prescindere da una precisa disciplina del musicista, spersonalizzati
nella loro sostanza, senza che questo significhi l’utilizzo di
logiche banalmente aleatorie. Tali caratteristiche sono ben
presenti nel primo lungo brano, a mio avviso sicuramente l’apice del
disco, ascoltando il quale non posso fare a meno di fissare la
copertina del cd. Una piscina apparentemente abbandonata, nessuna
traccia di presenze umane, la vegetazione che sembra voler invadere
le strutture di metallo e cemento; un luogo silenzioso che però
è stato scenario di attività e rumori molto intensi. Ed
è come se parte di questi flussi d’energia fossero rimasti a
lievitare sul luogo, dormienti e in attesa di manifestarsi
nuovamente, finalmente liberi da schemi per dar vita ad un
flusso sonoro che ribolle e muta come magma primordiale. Suoni che
partono striduli, che scivolano gli uni sugli altri frenati solo da
attriti impossibili, che risuonano da lontano, masse che si muovono,
rombano, crescono e crescono, sino ad implodere e diventare
insostenibili sibili ad altissima frequenza. Brano estremamente
affascinante e difficilmente riconducibile all’utilizzo di
sole fonti acustiche, che rende arduo il confronto per il resto del disco, abbastanza diverso
nelle situazioni proposte. La seconda traccia è come splittata in tanti
piccoli chunks, ognuno isolato da brevi istanti di silenzio
che propongono un piccolo campionario di danze tribali provenienti da
non identificati mondi alieni intravisti con la coda dell’occhio,
mentre il terzo brano è una ritmica pioggia di grandine da
dentro una stanza aneoica intaccata solo da un tremolante luccichio
sinusoidale. Più tradizionale il drumming del quarto
brano mentre l’ultima traccia riprende in parte le atmosfere
dell’apertura (sia pure con meno intensità) chiudendo così
il cerchio in un florilegio di corpi metallici.

Voto: 7

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