Bret Easton Ellis ‘Lunar Park’

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di Valeria Frusciante

valeriafrusciante@yahoo.it

‘Lunar Park’ è un dono.
E’ un dono sulla rastrelliera della libreria.
E’ un dono la sua copertina luxury cellophanata By Einaudi.
Rifulge di luce propria anche quando te lo porti a casa e lo inizi a leggere.
Bret Easton è un pò più grasso e sopravvalutato che nel precedente Glamorama.
La sua ultima fatica, ‘Luna Park’, ci fa letteralmente angosciare, buttare sangue. A fare da corollario all’intero libro è la solita America tossica e merceologica, che si trascina a stento scucchiaiandosi Xanax gocce per non morire e psicofarmaci e talco in busta e abiti chiffon e.
Ma non solo questo.
Perché Patrick Bateman è tornato! Quel bastardo figlio di puttana è qui.
Bret Easton si è fatto amare (odiare?) dai più con il romanzo shock  ‘American Psycho’, arcinoto anche alle pietre della strada per il vespaio sollevato dal pettegolezzo colto più che per la lode del romanzo in sé.
Il prologo: New York, siamo ancora nei patinati anni ottanta forieri di scontri elettorali (Dukakis-Bush) e lo yuppie Patrick Bateman veste mocassini Armani di mattina ma compie efferatezze la notte. Spacca il cranio a barboni anonimi e uccide prostitute accompagnato dai cinguettanti vocalizzi di Shane Mac Gowan nella super citata The Sunny side of the street.
Epilogo: ‘Lunar Park’ o ‘American Psycho’ quindici anni dopo.
I nodi si sciolgono.
Ovviamente il topos del barbecue party fighetto ad alta gradazione alcolica e vassoi di nachos ci porta al punto di partenza di fattanza ed edonismo a fiumi che caratterizza tutti i libri del suddetto.
Solo che qui Ellis è un acclarato prof di scrittura creativa, ma gli puoi volere bene comunque.
Non è contento di sé prova paura per se stesso, vorrebbe stabilità certezze, tutte le risposte dalla vita e altre cosette simpatiche.
Si guadagna la patente di pornografo e schiavo della crapula seducendo la sua tesista e producendo un racconto dall’assurdo titolo: figa minorenne.
Questa è l’America major dell’amateur night, baby.
Però accadono cose molto strane, cose che affiorano dal passato di Bret Easton perché si sa, agli scheletri non piace stare negli armadi.
Il libro scava a fondo, nelle fobie archetipiche come il rapporto tra lo scrittore e il padre morto in circostanze poco chiare anni prima, la crisi matrimoniale dopo solo tre mesi di nozze, il pupazzo demoniaco terby ( versione semiseria del pennuto meccanico Furby, si rivelerà, al momento dell’agnizione finale, un gioco di parole: Terby – Why Bret) i sensi di colpa verso il figlio Robby ragazzino introverso quasi sempre chiuso in una stanza “(…) arredata secondo un tema spaziale: decalcomanie di pianeti e comete e lune erano incollate su tutte le pareti per dare l’illusione di fluttuare in un cielo nero nello spazio profondo”.
E’il solito scivolo edipico anche se il titolo vorrebbe evocare una location diversa, una domenica alle giostre, forse.
Alla fine i cerchi si stringono intorno alle confessioni di un autore ex ragazzo prodigio degli anni Ottanta: un viaggio nei paraggi dell’anima tutto rigorosamente autobiografico.
L’uomo e lo scrittore pericolosamente fusi insieme, ben mescolati a una folla di facce vere e inventate: Keanu Reeves, Robert Downey Jr, David Duchovny, Jay McInerney (a quando il suo ritorno in libreria?), Robert Martin Ellis, Jayne Dennis e molti altri.
Un omaggio ad Edgar Allan Poe e allo Stephen King de ‘La Metà oscura’. Si potrebbe addirittura leggere il nuovo lavoro di Ellis come un esperimento di pastiche letterario del classico kinghiano: lo scrittore e i suoi pericolosi fantasmi di carta in una città del Nordest sufficientemente vicina/lontana dalle mille luci di New York (e dall’epicentro paranoide post-attacco, lo sto per dire, al World Trade Center). Citazioni da ‘Cujo’ e ‘Shining’, un party di Halloween con colonna sonora che passa per Time of the Season degli Zombies e Superstition di Stevie Wonder, ospiti travestiti da Anna Nicole Smith.
Ieri si manifestava cinico e con la disillusione di un guerrafondaio di settantant’anni, oggi teme i mostriciattoli che la società ammansisce nella bambagia di amianto.
Di certo Ellis non potrà sputare nel piatto in cui mangia, ergo non si spertica nell’affondare i fendenti in una comunità feticista sino al midollo. Perché è consapevole di esserne egli stesso un sottoprodotto.
‘Lunar Park’ è zeppo di sovrasignificazioni, condannato alla semiosi illimitata. Ci sono rimandi al Ballard di ‘Crash’ e di ‘Millennium people’, del Mailer de ‘I Duri non ballano’. Alla fine, come Easton ci aveva promesso sin dall’inizio, i nodi si scioglieranno in un finale agrodolce e prevedibile solo a metà: il figlio scompare, l’ombra del padre smetterà di tormentare il figlio dall’al dilà e sarà finalmente libera di divenire carne per vermi sotterranei. Anche il rapporto con la moglie palesa margini di miglioramento.
Un consiglio per chi non lo avesse ancora fatto: andatevelo a leggere.

Valeria Frusciante
Maggio 2006