Tiziano Tarli ‘Beat Italiano. Dai Capelloni A Bandiera Gialla’

 

 

 

 

 

 

 

 

Di Silvia Casilio

 

silviacasilio@hotmail.com

 

Alessandro Carusi è stato veramente geniale. A chi si starà manzonianamente chiedendo “chi è costui?” rispondiamo che Alessandro Carusi è colui che ha realizzato il suggestivo progetto e la fantastica elaborazione grafica del libro che Tiziano Tarli ha dedicato alla breve ma intensa stagione beat italiana.
Tra baloon, chitarre, fotografie e copertine discografiche si susseguono le gesta, le parole, i volti di una generazione che per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana mise in discussione tutto, dalla famiglia alla chiesa, dalla politica alla scuola spinta dal desiderio di cambiare la realtà e di sperimentare nuovi modi di vivere. Nella seconda metà degli anni Sessanta ad essere in fermento non erano solo i giovani italiani: negli Stati Uniti, dopo l’aurorale stagione della beat generation, mentre gli studenti contestavano il Vietnam, iniziava a divampare la «fiammata neopagana» del movimento hippie; in Olanda, i Provos lanciavano la loro campagna contro il tabagismo imprimendo una grande “K”, che stava per kanker ma che ricordava anche il nome della prima fabbrica olandese di sigarette il cui nome era Kerkhof, su tutti i manifesti pubblicitari; in Francia, per le strade di Parigi, imperversavano i Situazionisti con il loro anarchismo comico ed antidottrinario. Fu in questo contesto che, intorno al 1965, il fenomeno beat fece la sua prima apparizione nei grandi hinterland delle metropoli italiane. Esso costituì una delle prime forme, sicuramente tra le più originali, di «soggetto collettivo in movimento» e di ribellione generazionale nel nostro paese.
Il libro di Tarli, però, non è dedicato ai giovani protestatari italiani, alle loro gesta ardite e “rivoluzionarie”, al contesto ostile in cui questi ragazzi si mossero tra mille contraddizioni e difficoltà: protagonisti di questo lavoro sono la musica beat e i gruppi che più o meno consapevolmente inserirono nel contesto musicale italiano oltre ai capelli lunghi, ai jeans e all’abbigliamento stravagante, anche i temi della rivolta sociale. Quello di Tarli, infatti, più che un libro è una guida dettagliata e preziosa della scena musicale italiana dal 1965 al 1969.
Chi voglia avvicinarsi a quegli anni non potrà prescindere da questo psichedelico libello e soprattutto dalle schede che approfondiscono alcuni temi solo accennati nel testo e che costituiscono, a mio avviso, il fiore all’occhiello di tutto il lavoro: ma Beat italiano, come sempre accade con le guide, anche con le migliori, deve essere solo un punto di partenza, una sorta di vade mecum che fornisce elementi ed informazioni utili ad orientare chi voglia tuffarsi fra le contraddizioni dell’Italia degli anni Sessanta, elementi ed informazioni utili ma non sufficienti a leggere un’Italia che proprio in quegli anni stava cercando di colmare il ritardo registrato dal nostro paese nel processo di modernizzazione e di industrializzazione che nel secondo dopoguerra aveva investito il resto d’Europa. La musica beat, i giovani protestatari, quei giovani che la stampa etichettò con disprezzo “capelloni”, che si avvicinarono alla politica seguendo percorsi antagonisti e rifiutando il tradizionale sistema dei partiti e l’insieme delle regole a cui esso faceva riferimento, ma anche le occupazioni sessantottesche, gli obiettori di coscienza, i cattolici del dissenso e le messe beat furono al contempo agenti e sintomi proprio di quell’intenso processo di trasformazione che negli anni Sessanta interessò tutto il mondo e a cui si deve la conquista di libertà sociali del tutto nuove nella scuola, nella famiglia, nella fabbrica così come nel carcere o nei manicomi.
Tutto questo nel libro di Tarli è solo accennato.
Eppure a questo giovane autore – Tiziano Tarli è nato a San Benedetto del Tronto (AP) nel 1975 – si deve riconoscere il coraggio e il merito di aver voluto parlare di un fenomeno dimenticato e che dovrebbe invece essere riconsiderato soprattutto nell’analisi e nello studio degli anni Sessanta e dell’esplosione del ’68 che, a nostro avviso, è il punto più alto, l’acme di un processo di modernizzazione e di radicalizzazione politica che partendo dai beat italiani, che con i loro comportamenti “devianti” (capelli lunghi, abiti trasandati e fughe da casa) scandalizzarono gran parte dell’opinione pubblica italiana si concluse davanti ai cancelli delle fabbriche nel ’69. Sullo sfondo i ragazzi con le magliette a strisce del luglio ’60, i giovani operai meridionali da poco immigrati a Torino e protagonisti degli scontri di piazza Statuto del ’62 e le difficoltà del centro-sinistra che sembrava essere piombato in un pericoloso immobilismo.
Ma anche le vicende della “Zanzara”, le manifestazioni antimilitariste, le lotte per l’obiezione di coscienza e per il divorzio, la pubblicazione di Lettera ad una professoressa, il libro scritto da don Lorenzo Milani e dai suoi ragazzi della Scuola di Barbiana: la «stagione dell’irriverenza», come la definì il poeta provo Carlo Silvestro, era iniziata.